COMFORTABLY NUMB — BERLINO, 21 LUGLIO 1990

La notte in cui un muro cadde due volte

Berlino: Checkpoint_Charlie_Graffiti

C’è una scena che non dimentichi se l’hai vista. Roger Waters, camice bianco da dottore, stetoscopio al collo, che canta rivolto verso una parete di mattoni di polistirolo alta venti metri. Dietro quella parete, il vuoto. Davanti, trecentocinquantamila persone nel buio di Berlino.

Sono passati appena otto mesi dalla caduta del Muro vero.

Quella sera, il 21 luglio 1990, su un terreno che era ancora — sulla carta — terra di nessuno tra Potsdamer Platz e la Porta di Brandeburgo, dove fino all’anno prima avrebbero sparato a vista, Roger Waters ha messo in scena The Wall per la seconda e ultima volta nella storia. Non era un concerto. Era un rito funebre e una resurrezione contemporaneamente.


Il muro che aspettava di cadere

Bisogna capire da dove viene questa serata per capire cosa significa.

The Wall nasce nel 1979 da un episodio specifico e brutale: l’ultimo concerto del tour Animals del 1977 a Montréal, quando Waters — sopraffatto dalla folla, dalla distanza, dall’odio — sputa in faccia a un fan sotto il palco. Waters ha confermato l’episodio anni dopo in un’intervista con Howard Stern, definendolo “vero, per mia eterna vergogna.”

Da quella vergogna nasce l’album: il muro come metafora dell’isolamento, della protezione che diventa prigione, del rock star che si chiude dentro sé stesso fino a non essere più umano.

L’album viene suonato dal vivo solo due volte: Los Angeles e Londra, nel 1980-81. Poi Waters lascia i Pink Floyd nel 1985, tra veleni e cause legali.

Nel luglio del 1989, intervistato nella trasmissione radiofonica In the Studio with Redbeard, Waters dichiara che The Wall potrebbe essere eseguito di nuovo dal vivo solo dopo la caduta del Muro di Berlino. Lo dice come ipotesi remota, quasi impossibile. Quattro mesi dopo, il 9 novembre 1989, il Muro cade.



Il fantasma assente

Prima di parlare di quella notte, bisogna nominare l’assenza più rumorosa della serata: David Gilmour.

Nel 1989, nella stessa intervista con Redbeard, Waters aveva detto che avrebbe potuto “anche lasciar suonare Dave alla chitarra.” Il 30 giugno 1990, backstage al concerto dei Pink Floyd a Knebworth, Gilmour risponde a questa dichiarazione in un’intervista con Kurt Loder su MTV affermando che lui e gli altri Pink Floyd avevano ricevuto il via libera legale per partecipare, ma che Waters non li aveva mai contattati, aggiungendo con voce fintamente commossa: “Non ci ha mai chiamati.” Due giorni dopo, Waters smentisce tutto alla radio: “Non so dove Dave abbia preso quell’idea.”

Gilmour, in un’altra dichiarazione dell’epoca, è più composto: “Certamente sono tentato di andarci, ma non lo farò. Lo guarderò in televisione. Non potrei sopportare che qualcuno mi vedesse da qualche parte nel retro a guardare di nascosto. Abbiamo combattuto con Roger per la libertà, e se voglio essere libero, dovrei permettere anche la sua. Non ho obiezioni all’esecuzione di The Wall. Sono certo che Roger lo farà bene.”

È una delle frasi più eleganti della storia delle rotture musicali. Un congedo con classe, da una distanza sicura.


Roger_waters_leeds_1970 Creative Commons Attribuzione-
David_Gilmour – Creative Commons Attribuzione

La serata: grandezza e caos


Il concerto si tiene sul terreno tra Potsdamer Platz e la Porta di Brandeburgo, che era parte del no man’s land dell’ex Muro di Berlino. Il cast è un catalogo del rock e dello spettacolo internazionale di quell’epoca: Joni Mitchell, Van Morrison, Sinéad O’Connor, Cyndi Lauper, Bryan Adams, Marianne Faithfull, gli Scorpions, The Band. E ancora Tim Curry, Albert Finney, Jerry Hall come attori nel teatro visivo del Trial.

La produzione ha problemi tecnici durante il primo atto. Waters dirà dopo lo show: “È stato un incubo all’inizio.”

La performance di Sinéad O’Connor su “Mother” viene persa tecnicamente: nel film del concerto Waters userà la registrazione delle prove generali. O’Connor, a freddo, si esprimerà duramente: “Doveva essere molto simbolico, una celebrazione della caduta del Muro. Ma non era affatto quello che avrebbe dovuto essere. Il pubblico non aveva idea di cosa stesse succedendo.” E poi, con la brutalità che la distingueva: “Masturbazione. Questo era.”

Cyndi Lauper, che canta “Another Brick in the Wall Part 2”, vive la serata in modo opposto: “È andata alla grande. Non ho mai visto niente di così grande in vita mia.” Bryan Adams, su “Young Lust”: “Fare questo show, nel mezzo di tutto questo, mi fa esplodere la testa.”



Comfortably Numb: il momento

Siamo verso la fine dello show. La parete bianca è ormai quasi completa — i roadie hanno murato l’intero arco del palco durante le due ore precedenti. Waters è sul lato del pubblico. Il muro lo separa dalla band.

Poi inizia il basso. Poi gli archi della Berlin Radio Symphony Orchestra. Poi quella voce.

Waters canta i suoi versi indossando il camice bianco da dottore, con uno stetoscopio che gli viene messo in mano da uno stagehand, rivolto verso il muro di mattoni di polistirolo alto sessanta piedi. Il brano racconta un paziente che non riesce a sentire niente, un medico che non riesce a raggiungere il suo malato. Waters è letteralmente separato dalla sua stessa musica da un muro fisico.

La parte che cambia tutto arriva al ritornello.

Al posto di Gilmour, la voce solista è di Van Morrison, affiancato da Levon Helm e Rick Danko di The Band ai cori. Alle chitarre, il compito di affrontare uno degli assoli più iconici della storia del rock è diviso tra Rick DiFonzo e Snowy White — quest’ultimo già chitarrista del tour originale di The Wall nel 1980.



Analisi: cosa fanno le chitarre senza Gilmour

Questo è il cuore dell’articolo, il punto che nessuna scheda Wikipedia affronta.

L’assolo di Comfortably Numb nell’incisione originale del 1979 — opera interamente di David Gilmour — è costruito su tre elementi tecnici che lo rendono irripetibile: il sustain quasi umano ottenuto con una chitarra Fender Black Strat attraverso un amplificatore Hiwatt, il vibrato del polso (non del whammy bar) che simula una voce che piange, e una progressione melodica che sale e scende seguendo la logica emotiva del testo più che quella armonica del brano.

Non è un assolo che mostra tecnica. È un assolo che racconta una storia.

A Berlino, DiFonzo e Snowy White si dividono i due assoli presenti nel brano originale. Entrambi fanno un ottimo lavoro, ma è difficile non avvertire l’irresistibile desiderio di Gilmour, indipendentemente dalla qualità delle loro esecuzioni. Il problema non è la tecnica — è il timbro. Il suono di Gilmour ha una qualità che i critici descrivono come “singing guitar”: ogni nota ha un attacco morbido, un corpo lungo, una coda che si dissolve come un respiro. DiFonzo suona con più aggressività, Snowy White con più reverenza. Entrambi suonano la canzone. Nessuno dei due suona quel silenzio che Gilmour mette tra le note.


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Van Morrison ruba la scena

Ma il vero protagonista inatteso della serata è Van Morrison.

Morrison non è un turnista chiamato a coprire l’assenza di Gilmour. Morrison è un’entità a sé. La sua voce — rauca, profonda, con quella qualità soul nordirlandese impossibile da classificare — prende il ritornello di Comfortably Numb e lo trasforma in qualcosa di diverso dall’originale. Meno analitico, più viscerale. Meno “giovane uomo intorpidito” e più “vecchio che ha già visto tutto questo”.

Alla fine del brano, Morrison aggiunge un ritornello in più, solo, cantando a cappella: “I have become comfortably numb” — e ruba letteralmente la scena a tutto il resto della serata.

La versione di quella notte sarà usata da Martin Scorsese nel finale di The Departed nel 2006, e comparirà anche nella colonna sonora de I Soprano. Non è un caso: è la versione che funziona in contesti di perdita definitiva, di resa consapevole. Scorsese lo sapeva.

Guarda il finale di ”Departed” 2006 di M.Scorzese con ”Confortably Numb”



La caduta del muro finto

La serata si chiude con The Trial, l’opera nel teatro: Tim Curry come procuratore, Albert Finney come giudice, Ute Lemper come moglie. Poi, nell’ultima scena, il pubblico inizia a cantare insieme alla band: Tear down the wall. Tear down the wall.

Un testimone presente quella sera ricorda: “La folla di tedeschi urlava così forte che si sentiva nel petto. Proprio prima che il muro cadesse, hanno proiettato i graffiti del vero Muro di Berlino sulla superficie bianca. Una folla già rumorosa è diventata ancora più rumorosa, le loro grida estatiche mi sollevavano quasi dai piedi.”

Poi il muro di polistirolo crolla. Trecentocinquantamila persone guardano cadere, di nuovo, qualcosa che assomiglia al Muro.

Non era una performance. Era una catarsi collettiva.


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Perché conta ancora

The Wall Live in Berlin è un documento imperfetto di una serata imperfetta. I problemi tecnici ci sono stati, alcune voci erano fuori posto, e l’assolo di Gilmour rimane un’assenza che nessuno ha colmato davvero.

Ma l’imperfezione è parte del significato.

Come Gilmour aveva dichiarato anni prima: “Penso che brani come Comfortably Numb fossero gli ultimi bagliori della mia e della capacità di Roger di lavorare insieme in modo collaborativo.” Berlino 1990 è il momento in cui quella collaborazione viene onorata da lontano — da un uomo solo sul palco, con un muro tra lui e la sua stessa musica.

L’8 novembre 1989 il Muro di Berlino era caduto per ragioni politiche. Il 21 luglio 1990, sul terreno dove era stato, ha cambiato significato per sempre.

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