Una casa in piazza

Come una canzone nata per raccontare i Padri Pellegrini finì per diventare l’inno dei senza dimora — e uno dei brani più amati della musica italiana


Tutto comincia con un errore di rotta.

Lucio Dalla e Ron avevano composto una musica con il titolo provvisorio America. L’idea iniziale era ambiziosa: raccontare il viaggio del Mayflower del 1620, i Padri Pellegrini, la traversata verso il Nuovo Mondo. Un tema storico, epico, cinematografico. I parolieri Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi ci provano. Scrivono, cestinano, riscrivono. Quella musica non vuole saperne di Padri Pellegrini.

Poi, durante un tour promozionale negli Stati Uniti, qualcosa cambia. Baldazzi parla con un senzatetto che gli racconta di vivere su una panchina in una piazza di una città italiana. Non è un’America di pionieri e libertà conquistata con le armi. È un’America piccola, quotidiana, italiana — la libertà di chi non ha niente e non deve rendere conto a nessuno.

La canzone trova la sua storia. E cambia nome.


Lucio Dalla a quel punto ha ventinove anni e alle spalle una carriera fatta di flop quasi sistematici. Le sue incisioni registravano un flop dopo l’altro, probabilmente perché erano troppo avanti rispetto ai tempi. Il punto di svolta era arrivato l’anno prima, nel 1971, con 4 marzo 1943 — scritta da Paola Pallottino, portata a Sanremo, diventata un caso nazionale anche per via della censura. Quella canzone lo aveva consegnato al pubblico italiano.

Piazza Grande arriva subito dopo, come conferma di una vocazione precisa. Una poesia stradaiola, proletaria — una toccante canzone di marginalità e solitudine. Dalla non canta i vincitori. Canta chi dorme sulle panchine, chi non ha famiglia, chi riceve amore dai passanti e lo ridistribuisce senza tenerlo per sé.


La musica nasce dalla chitarra di Ron — allora giovanissimo, destinato a diventare uno degli amici più fedeli di Dalla per tutta la vita. Il brano aveva un’impostazione iniziale in chiave country, ma nelle rielaborazioni successive fu arrangiato con arpeggi di chitarra acustica e strumenti a plettro che ricordano il fado. Quella virata — dal country americano alle atmosfere portoghesi, malinconiche e sospese — è forse il momento in cui la canzone trova davvero se stessa. Non l’America dei pionieri, ma qualcosa di più vicino, più umano, più mediterraneo.


Febbraio 1972. Sanremo, Teatro Ariston. Dalla sale sul palco con Ron al suo fianco. Era considerato tra i favoriti. Canta la storia di un uomo che non ha casa, non ha famiglia, non ha niente — e non ne sente la mancanza, perché ha la piazza, ha la gente, ha una forma di libertà che nessun appartamento può comprare.

Si classifica all’ottavo posto. Ottavo. Uno dei brani più belli presentati in quegli anni al festival, battuto da canzoni che nessuno ricorda più.

Eppure, nonostante il piazzamento deludente, la canzone si rivelò un successo commerciale e un long seller — una di quelle canzoni che crescono nel tempo, che il pubblico adotta lentamente e poi non lascia più. Sanremo aveva torto, come spesso accade.


C’è un dettaglio che alimenta ancora oggi un piccolo mistero affettuoso. La piazza a cui fa riferimento la canzone è secondo alcuni, tra cui Ron, Piazza Maggiore a Bologna. Secondo altri è Piazza Cavour. Il paroliere Bardotti ha detto: «Piazza Grande è un nome comune del nord. Rappresenta il luogo d’incontro. C’è a Pavia, come a Modena, come a Bologna. È un posto che appartiene a tutti, anche ai vagabondi.»

Appartiene a tutti, anche ai vagabondi. È forse la definizione più bella che un autore abbia mai dato della propria canzone.


Lucio Dalla morì il primo marzo 2012, a sessantotto anni, in un hotel di Montreux. Aveva suonato la sera prima. Oggi a Bologna, sulla panchina della vera piazza che ispirò la canzone, c’è una statua di bronzo che lo ritrae seduto — piccolo, con il cappello, lo sguardo verso la piazza.

Come un bohémien qualunque. Come il protagonista della canzone.

Come se fosse sempre stato lì.

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