Questa canzone non è più mia

Come Johnny Cash, a settantuno anni e con pochi mesi da vivere, si appropriò di “Hurt” e la restituì al mondo trasformata per sempre


  1. Los Angeles, Benedict Canyon. Trent Reznor ha affittato una casa che era appartenuta a Sharon Tate, teatro dell’omicidio per mano dei seguaci di Charles Manson. In quel luogo carico di morte, chiuso dentro se stesso, scrive Hurt — l’ultima traccia di The Downward Spiral, il disco più buio e più importante dei Nine Inch Nails. È un’indagine del suo malessere, del suo senso di inadeguatezza, del suo sentirsi perennemente fuori posto. Ha ventinove anni. Non sa ancora che quella canzone, otto anni dopo, diventerà qualcosa di completamente diverso. E non sarà più sua.

2002. Johnny Cash ha settantuno anni e sta morendo. Il diabete sta logorando quello che era stato il corpo più iconico del country americano. Nel maggio del 2003 il grande amore della sua vita, sua moglie June Carter, se ne andrà. Quattro mesi dopo lui la seguirà. Ma prima c’è ancora un disco da fare. L’ultimo.

Il produttore Rick Rubin sta lavorando con Cash alla scelta dei brani per American IV: The Man Comes Around. Tra i titoli che propone c’è Hurt dei Nine Inch Nails. Cash lo guarda come se stesse dicendo una cosa assurda. «Non posso fare quella canzone. Non è il mio stile» , dice. Rubin insiste. Sa che Cash fatica a sentire oltre il rumore industriale e il grido angosciato dell’originale. Così gli manda solo il testo, per iscritto: «Leggi le parole. Se ti piacciono, troveremo un modo per farlo che si adatti a te.»

Cash legge. E capisce.


La registrazione avviene nel salotto di Rubin, a Los Angeles. L’arrangiamento è ridotto all’osso: una chitarra acustica arpeggiata, qualche tocco di organo e pianoforte. La voce di Cash — profonda, consumata, piena di tutto quello che ha vissuto — si posa su quelle parole scritte da un ragazzo tormentato e le trasforma in qualcosa di radicalmente diverso. Reznor le aveva scritte guardando avanti, verso un futuro che faceva paura. Cash le canta guardando indietro, verso una vita intera che sta per finire.

Da una parte un uomo alla fine della sua vita che guarda indietro e non può più salvarsi. Dall’altra, il giovane Reznor incatenato al presente che poteva ancora scegliere. Sono due modi di vedere il dolore opposti, che funzionano entrambi.


Poi arriva il video. Il regista Mark Romanek lo gira nella House of Cash, il museo che Cash aveva costruito per custodire la memoria della propria vita — un edificio ormai fatiscente, circondato dai cimeli di una carriera leggendaria. Cash è seduto al pianoforte, invecchiato, fragile. Intorno a lui, tutto ciò che era stato: fotografie, premi, costumi. Fuori dalla finestra, il giardino abbandonato.

Trent Reznor vede il video una mattina in studio a New Orleans, mentre sta producendo un disco di Zack De La Rocha. Lo mette su. E alla fine del video rimane in silenzio, con i brividi. Dirà: «Ho pensato: questa canzone non è più mia. Ho scritto delle parole a casa mia, totalmente solo, come modo per rimanere sano di mente. Non so come sia stata reinterpretata da una leggenda in modo diverso ma con la stessa intensità, la stessa purezza e lo stesso significato. Quando Cash è morto, il messaggio della canzone è cambiato ancora.»


Il video di Hurt vince il Grammy come miglior videoclip nel 2004. Nel 2011 la rivista NME lo definisce il miglior video musicale di tutti i tempi. La cover riceve dalla Country Music Association il premio come singolo dell’anno nel 2003 — lo stesso anno in cui Cash muore.

Hurt è diventata la canzone che meglio racconta cos’è una cover quando funziona davvero. Non una copia, non un omaggio. Una riappropriazione totale — due vite, due dolori, due epoche che si sovrappongono su quattro minuti di chitarra acustica e lasciamo all’ascoltatore il compito di capire a chi appartiene.

A nessuno. A tutti.

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