Il Poeta del Silenzio — David Gilmour e la Chitarra Come Luce nell’Oscurità

Non la velocità, non la tecnica acrobatica, non il virtuosismo fine a se stesso: David Gilmour ha costruito uno dei linguaggi chitarristici più riconoscibili della storia del rock scegliendo sempre la nota giusta invece di tutte le note possibili


C’è una domanda che i chitarristi si pongono spesso, quasi come un esercizio filosofico: se potessi suonare una sola nota per tutta la vita, quale sceglieresti? È una domanda oziosa, naturalmente. Ma se esiste un chitarrista che sembra aver riflettuto seriamente su quella domanda — e aver trovato una risposta convincente — quello è David Gilmour. Non perché suoni poche note. Ma perché ogni nota che suona sembra l’unica possibile in quel momento, in quel contesto, in quella canzone. Come se la musica non avesse altra scelta che andare esattamente lì, e Gilmour fosse semplicemente l’intermediario tra l’intenzione della musica e il suono che la realizza.

David Jon Gilmour nacque il 6 marzo 1946 a Cambridge, figlio di un professore universitario di zoologia e di una montatrice cinematografica. Crebbe in un ambiente colto e curioso, e quella curiosità intellettuale avrebbe segnato profondamente il suo approccio alla musica — sempre riflessivo, sempre consapevole, mai istintivo nel senso grezzo del termine. Imparò la chitarra da adolescente, influenzato inizialmente dal rock and roll americano e dal blues — Buddy Holly, Elvis Presley, e poi B.B. King, Albert King, e quel filo rosso che collegava tutti i grandi chitarristi della sua generazione alle radici afroamericane della musica popolare moderna.

Ma Gilmour non sarebbe diventato Gilmour imitando i suoi eroi. Sarebbe diventato Gilmour trovando qualcosa che nessuno di loro aveva ancora esplorato: lo spazio. Il silenzio tra le note. La pausa come elemento compositivo. La dinamica come linguaggio.


L’ingresso nei Pink Floyd e il peso dell’eredità Syd Barrett

Nel 1968, David Gilmour entrò nei Pink Floyd in circostanze drammatiche: Syd Barrett — il fondatore, il genio visionario, la mente creativa originale della band — stava collassando sotto il peso di una crisi psichiatrica grave, probabilmente acuita dall’abuso di sostanze, che lo rendeva sempre più inaffidabile e imprevedibile sul palco. Gilmour fu inizialmente assunto come secondo chitarrista, per supportare Barrett nelle esibizioni live. Poche settimane dopo, Barrett lasciò definitivamente la band — o la band lasciò lui, a seconda di come si legge la storia — e Gilmour si trovò a dover raccogliere un’eredità pesantissima.

Quella posizione — erede di un genio, guardiano di una visione altrui, chitarrista di una band che aveva già una forte identità sonora senza di lui — avrebbe potuto schiacciare un musicista meno solido. Gilmour la trasformò in un’opportunità. Non cercò di imitare Barrett — sarebbe stato impossibile e probabilmente disastroso — ma portò nella band un suono completamente diverso: più blues, più solido, più ancorato alla terra. Dove Barrett era etereo e imprevedibile, Gilmour era melodico e strutturato. Dove Barrett guardava verso l’interno, verso i recessi della mente, Gilmour guardava verso l’esterno, verso l’orizzonte.

Il risultato fu uno dei matrimoni più fecondi della storia del rock: la visione cosmica e concettuale di Roger Waters — che divenne il principale compositore e ideatore dei Pink Floyd dal 1970 in poi — sostenuta e amplificata dal linguaggio chitarristico di Gilmour, capace di dare corpo emotivo e fisico a idee che altrimenti sarebbero rimaste astratte.


La tecnica: il bend, il vibrato, lo spazio

Il primo elemento che colpisce nell’ascolto di un assolo di David Gilmour è la lentezza. Non nel senso di mancanza di abilità tecnica — Gilmour può suonare veloce quando vuole — ma nel senso di una scelta consapevole e costante di privilegiare la singola nota lunga, tenuta, carica di espressione, rispetto alla cascata di note veloci. È una scelta che richiede una fiducia enorme in se stessi, perché espone ogni singola nota al giudizio dell’ascoltatore senza la copertura della velocità.

Il suo bend è forse il più riconoscibile della storia della chitarra rock. Lento, preciso, carico di tensione — Gilmour tira la corda verso l’alto con una deliberatezza quasi dolorosa, portando la nota al suo punto di massima tensione e tenendola lì, sospesa, prima di risolverla o lasciarla decadere. In Comfortably Numb — l’assolo finale, considerato da molti il più bello della storia del rock — ogni bend è un capitolo a sé: una storia che inizia, si sviluppa e si conclude nel giro di poche note.

Il suo vibrato è altrettanto personale. Ampio, lento, quasi vocale — simile a quello di Clapton ma con una qualità ancora più meditativa, più riflessiva. Gilmour ha dichiarato in diverse interviste di aver sviluppato il suo vibrato cercando di replicare il suono dei cantanti blues che amava — in particolare B.B. King — e di aver lavorato per anni prima di raggiungere la consistenza e la naturalezza che si sentono nelle registrazioni dei Floyd.

L’uso dello spazio è forse la sua caratteristica tecnica più difficile da analizzare, perché riguarda ciò che non c’è piuttosto che ciò che c’è. Gilmour lascia respirare la musica — inserisce pause, silenzio, vuoto — con una consapevolezza che pochi chitarristi rock hanno mai dimostrato. Questo spazio non è passività: è tensione, attesa, invito all’ascolto. È la tecnica di un narratore che sa che il momento prima della rivelazione è spesso più potente della rivelazione stessa.


Il suono: la Stratocaster nera e il percorso del segnale

Il suono di David Gilmour è uno dei più studiati e imitati della storia della chitarra rock — e uno dei più difficili da replicare, perché nasce da una combinazione di fattori fisici, elettronici e umani che non si possono separare.

Lo strumento principale è la Fender Stratocaster del 1969, soprannominata “The Black Strat” — una chitarra che Gilmour acquistò nel 1970 e usò per registrare alcuni degli album più importanti della storia del rock, da Meddle a The Dark Side of the Moon, da Wish You Were Here a Animals. La Black Strat fu modificata nel corso degli anni — pickup sostituiti, meccaniche cambiate, pickguard rifatto — fino a diventare uno strumento completamente personalizzato, venduta all’asta nel 2019 per quasi quattro milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato per una chitarra.

Ma lo strumento è solo l’inizio. Il percorso del segnale che Gilmour ha utilizzato nel corso della sua carriera è di una complessità e di una cura che rivelano un approccio quasi scientifico al suono. Negli anni Settanta, la catena tipica includeva un pedale Big Muff — il fuzz sovietico che dà agli assoli di Comfortably Numb quella qualità densa e vellutata — un Electric Mistress per il flanger, una Colorsound Power Boost per aumentare il guadagno in ingresso all’amplificatore, e una Binson Echorec — un delay analogico a disco magnetico che produce ripetizioni calde e leggermente degradate, completamente diverse dal delay digitale pulito degli anni successivi.

Gli amplificatori erano principalmente Hiwatt DR103 — britannici, potenti, con una risposta dinamica eccezionale che reagiva in modo diverso a seconda di quanto forte si suonasse — collegati a cabinet con altoparlanti WEM o Celestion. L’insieme produceva un suono che era allo stesso tempo enorme e trasparente, capace di riempire uno stadio senza mai perdere la delicatezza delle sfumature dinamiche.


Comfortably Numb e la grammatica dell’assolo perfetto

È impossibile parlare di David Gilmour senza dedicare uno spazio specifico a Comfortably Numb — il brano conclusivo del lato B di The Wall del 1979, che contiene quello che è universalmente considerato uno dei più grandi assoli di chitarra mai registrati, se non il più grande in assoluto.

Il brano ha due assoli: uno più breve, verso la metà del brano, e uno finale che dura circa due minuti e mezzo. È quest’ultimo il capolavoro. Gilmour lo costruisce con una logica narrativa impeccabile: parte basso, quasi sommesso, con note singole che sembrano cercare la strada nel buio. Poi sale, gradualmente, con frasi sempre più lunghe e più alte nel registro, con bend sempre più ampi e vibrati sempre più intensi. Il climax arriva — inevitabile, necessario, perfetto — e poi la musica si dissolve, lasciando l’ascoltatore in uno stato che è difficile descrivere con parole diverse da “commozione”.

Tecnicamente, l’assolo è costruito principalmente sulla scala pentatonica di si bemolle minore — una delle scale più comuni nel blues e nel rock — ma quello che Gilmour fa con quella scala va ben oltre la tecnica. È la scelta di quali note suonare, quando suonarle, quanto tenerle, con quale intensità di vibrato e di bend — decisioni che non appartengono alla teoria musicale ma all’emozione pura, all’istinto affinato da anni di pratica e di ascolto.


L’eredità: la prova che meno può essere infinitamente di più

David Gilmour ha dimostrato, con una carriera di oltre cinquant’anni, che la velocità non è sinonimo di talento, che il virtuosismo non si misura in note al secondo, che la chitarra più potente non è quella che suona di più ma quella che dice di più. In un’epoca in cui Eddie Van Halen stava reinventando i limiti fisici dello strumento e i chitarristi shredder degli anni Ottanta gareggiavano in velocità e complessità tecnica, Gilmour andava nella direzione opposta — sempre più lento, sempre più essenziale, sempre più profondo.

La sua influenza si sente in ogni chitarrista che ha scelto il feeling sulla velocità, l’emozione sulla tecnica, lo spazio sul riempimento. David Grissom, Tim Pierce, Steven Wilson — e una generazione intera di musicisti che hanno capito, ascoltando Gilmour, che la nota più importante è spesso quella che non si suona.

Ha scritto la grammatica del silenzio.

E quella grammatica è ancora la più parlata del mondo.

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