Mark Knopfler en Bilbao

Le Dita sul Legno — Mark Knopfler e la Chitarra Come Letteratura


Niente plettro, niente eccessi, niente virtuosismo fine a se stesso: come il fondatore dei Dire Straits ha costruito uno dei suoni più eleganti e più letterari della storia del rock con una Stratocaster, le dita nude e una visione del mondo che appartiene ai grandi narratori


Esiste una categoria di artisti che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Musicisti che parlano sottovoce e vengono ascoltati in silenzio, con un’attenzione che le performance più fragorose non riescono a ottenere. Mark Knopfler appartiene a questa categoria. In un panorama rock dominato dall’eccesso — volumi assordanti, gesti plateali, virtuosismo acrobatico — lui ha sempre scelto la strada opposta: la precisione, l’eleganza, la narrazione. La nota giusta al momento giusto. La frase che dice esattamente quello che deve dire, senza una sillaba di troppo.

È una filosofia che appartiene più alla letteratura che al rock. E non è un caso: Knopfler è, tra i grandi chitarristi della sua generazione, quello con il rapporto più profondo e più esplicito con la parola scritta. Le sue canzoni sono racconti brevi — con personaggi, ambientazioni, archi narrativi — e la sua chitarra è lo strumento con cui quei racconti prendono corpo sonoro. Non accompagna le parole: le completa, le amplifica, le trasforma in qualcosa che le parole da sole non potrebbero essere.

Mark Freuder Knopfler nacque il 12 agosto 1949 a Glasgow, Scozia, figlio di un architetto ungherese ebreo emigrato in Gran Bretagna prima della guerra. Crebbe nel nord-est dell’Inghilterra — a Blyth prima, a Newcastle poi — in una regione industriale e operaia che avrebbe lasciato un’impronta profonda sulla sua visione del mondo e sul suo modo di raccontare storie. Non era un ambiente in cui si diventava rockstar: era un ambiente in cui si imparava a guardare la vita con occhi onesti, senza romanticherie, con quella durezza affettuosa che caratterizza le comunità operaie britanniche.

La chitarra arrivò da adolescente, attraverso l’ascolto della musica americana — country, blues, rock and roll — che filtrava attraverso la radio e i dischi importati. Scotty Moore, il chitarrista di Elvis Presley, fu una delle prime influenze decisive: da lui Knopfler assorbì l’importanza del fingerpicking, quella tecnica di pizzicare le corde con le dita invece che con il plettro che sarebbe diventata la sua firma più immediata. Chet Atkins — il grande chitarrista country americano, maestro assoluto del fingerpicking — fu l’altro pilastro formativo, insieme ai bluesmen del Delta e ai chitarristi jazz che Knopfler ascoltava con uguale curiosità.


La tecnica senza plettro: le dita come voce

Il primo elemento che chiunque nota ascoltando Mark Knopfler è il suono. C’è qualcosa di immediatamente diverso rispetto a qualsiasi altro chitarrista rock: una qualità morbida e percussiva allo stesso tempo, un attacco che non ha la durezza del plettro ma non ha nemmeno la rotondità del fingerpicking classico. È qualcosa di intermedio, di personale, di assolutamente unico.

La ragione è tecnica: Knopfler suona senza plettro, usando principalmente il pollice e le prime tre dita della mano destra in una combinazione che non corrisponde ad alcuna tecnica codificata — né al fingerpicking country di Chet Atkins, né al fingerstyle classico, né al fingerpicking blues. È una tecnica sviluppata autonomamente, per necessità e per istinto, che produce un suono che non assomiglia a nessun altro.

Il pollice — la dita più forte e più carnosa — viene usato principalmente per le corde basse, producendo attacchi rotondi e profondi che danno alla musica una qualità quasi contrabbassistica. Le altre dita gestiscono le corde alte con una varietà di pressioni e angolazioni che producono sfumature timbriche impossibili da ottenere con un plettro. Knopfler può passare, nel giro di poche note, da un suono quasi acustico a uno decisamente elettrico, da un attacco delicato a uno aggressivo, semplicemente variando la pressione e l’angolazione delle dita sulla corda.

Questa tecnica ha una conseguenza diretta sul tipo di musica che Knopfler può suonare — e non può suonare. Non è adatta alla velocità estrema, all’aggressività metallica, alla distorsione pesante. È perfetta per la precisione melodica, per le sfumature dinamiche, per quella qualità narrativa che è la caratteristica più profonda del suo linguaggio. È una tecnica che sceglie, e quella scelta definisce tutto.


La Stratocaster e il suono pulito

Lo strumento con cui Knopfler è più identificato — in particolare nel periodo dei Dire Straits — è una Fender Stratocaster del 1961, con pickup single coil in posizione intermedia tra neck e middle. Quella posizione — spesso chiamata “out of phase” perché i due pickup captano il segnale in modo leggermente sfasato — produce un suono nasale, quasi quacky, che è immediatamente riconoscibile come il suono dei Dire Straits.

Gli amplificatori erano principalmente Music Man nei primi anni, poi Mesa/Boogie e Marshall in configurazioni diverse a seconda del tour e del periodo. Ma la caratteristica più importante del suono di Knopfler non è la distorsione — che usa con grande parsimonia — ma la pulizia. Il suo amplificatore è quasi sempre impostato su un canale pulito, e la distorsione che si sente in alcuni brani viene principalmente dal guadagno naturale dell’amplificatore portato al limite, non da pedali di overdrive o distorsione pesanti.

Questa scelta di suonare pulito — in un’epoca in cui il rock tendeva verso la saturazione totale — aveva conseguenze tecniche importanti. Un suono pulito non perdona gli errori: ogni nota inesatta, ogni bend non intonato, ogni vibrato non controllato si sente chiaramente. Suonare pulito richiede una precisione tecnica assoluta — e Knopfler la possedeva in misura straordinaria.

Nel corso degli anni, Knopfler ha ampliato il suo arsenale strumentale includendo chitarre acustiche, chitarre classiche a nylon, National Steel (le resonator guitars tipiche del blues del Delta), e diversi modelli di chitarre elettriche tra cui alcune Gibson e chitarre costruite su misura. Ma la Stratocaster rimane il suo strumento d’elezione, quello in cui la sua tecnica si esprime con la maggiore naturalezza e completezza.


Il fraseggio: la narrativa come tecnica

Parlare della tecnica di Knopfler senza parlare del suo fraseggio sarebbe come parlare di uno scrittore analizzando solo la sua grammatica senza toccare lo stile. Il fraseggio — il modo in cui le note si organizzano in frasi musicali, il modo in cui quelle frasi si costruiscono e si risolvono — è il cuore della sua grandezza.

Knopfler pensa per frasi lunghe, narrative, con una logica interna che segue quella del racconto letterario. I suoi assoli non sono accumulazioni di lick e scale: sono storie con un inizio, uno sviluppo e una conclusione. Ogni frase porta con sé una direzione — una tensione che chiede risoluzione — e Knopfler gestisce quella tensione con una maestria che pochi chitarristi rock hanno mai dimostrato.

L’assolo di Sultans of Swing — probabilmente il più famoso della sua carriera — è il documento perfetto di questa filosofia. Costruito su una progressione di accordi relativamente semplice, l’assolo cresce gradualmente per tutta la sua durata, con frasi che si alzano nel registro e si intensificano nel vibrato e nella pressione emotiva, fino a una conclusione che sembra inevitabile solo in retrospettiva. Non c’è una nota fuori posto. Non c’è un gesto inutile. È un assolo che si può analizzare come si analizza un racconto breve perfetto — cercando la struttura, la caratterizzazione, il climax, la risoluzione.


Il country, il Celtic e la musica tradizionale

Un aspetto fondamentale della formazione tecnica e stilistica di Knopfler — spesso sottovalutato nelle analisi più superficiali — è il suo profondo legame con la musica tradizionale britannica e americana. Il country americano, il folk celtico delle isole britanniche, il bluegrass appalaciano: tutte tradizioni che Knopfler ha studiato e assorbito con la stessa cura con cui ha studiato il blues e il rock.

Questo legame emerge in modo esplicito nella sua produzione solista — in album come Golden Heart, Sailing to Philadelphia e Tracker — dove le radici folk e country sono in primo piano, con arrangiamenti acustici e semiacustici che rivelano una padronanza delle tecniche fingerpicking tradizionali di straordinaria profondità. Ma emerge anche, in modo più sottile, nelle parti di chitarra dei Dire Straits: in quel senso del racconto, in quella qualità narrativa, in quella attenzione alla melodia che sono caratteristiche della musica tradizionale piuttosto che del rock.

La sua collaborazione con Chet Atkins — il maestro del fingerpicking country che fu una delle sue prime influenze — sfociò in un album condiviso, Neck and Neck del 1990, che è uno dei documenti più belli dell’amicizia musicale tra due chitarristi di generazioni diverse. Ascoltarlo è capire da dove viene il suono di Knopfler: quella pulizia, quella precisione, quella qualità quasi artigianale della nota perfetta al posto perfetto.


Money for Nothing e la chitarra distorta

Nel vasto catalogo di Knopfler, Money for Nothing — il singolo dei Dire Straits del 1985, dall’album Brothers in Arms — rappresenta un’eccezione significativa. È uno dei pochi brani in cui Knopfler usa una distorsione pesante, un riff aggressivo e ripetitivo che si allontana radicalmente dall’eleganza pulita che caratterizza la maggior parte della sua produzione.

Il riff — uno dei più riconoscibili degli anni Ottanta — fu ispirato da una chitarra accordata in aperto che Knopfler stava suonando nel backstage di un concerto. La distorsione usata era prodotta principalmente da un amplificatore Marshall portato al limite del suo guadagno naturale, senza pedali di distorsione aggiuntivi. Il risultato fu un suono grezzo e potente che contrastava deliberatamente con la raffinatezza del resto dell’album — una scelta narrativa prima ancora che musicale, in linea con il testo del brano che descriveva il punto di vista di un operaio che guarda i videoclip MTV con un misto di ammirazione e risentimento.

Money for Nothing dimostrò che Knopfler poteva muoversi anche in quel territorio — con la stessa padronanza con cui si muoveva nel fingerpicking più delicato — senza mai perdere la sua identità sonora. Anche distorta, anche aggressiva, la sua chitarra suonava come Knopfler.


L’eredità: la letteratura della chitarra

Mark Knopfler ha dimostrato, in una carriera che abbraccia quasi cinquant’anni, che la chitarra rock può essere uno strumento letterario — capace di narrare, di caratterizzare, di costruire mondi sonori con la stessa precisione con cui uno scrittore costruisce mondi verbali. Ha dimostrato che il plettro non è necessario, che la distorsione non è obbligatoria, che la velocità non è sinonimo di talento.

La sua influenza si sente in ogni chitarrista che ha scelto la narrazione sulla dimostrazione, l’eleganza sull’eccesso, la nota perfetta sulla cascata di note. Si sente in John Mayer — che ha dichiarato Knopfler tra le sue influenze primarie — in Dire Straits tributari come i Tindersticks, in ogni musicista che ha capito che la chitarra più potente è quella che racconta storie.

Ha scritto romanzi con le dita.

E quei romanzi non invecchiano.

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