L’Anima che Canta — Carlos Santana e la Chitarra Come Preghiera Universale

Dal Messico a Woodstock, dal blues al rock latinoamericano fino alla fusione spirituale con il jazz e il pop mondiale: come Carlos Santana ha creato un suono così personale da essere riconoscibile in tre note e così universale da attraversare ogni confine culturale


C’è un suono nel rock che non appartiene a nessun genere e appartiene a tutti. Un suono caldo, rotondo, quasi liquido — un sustain che sembra non finire mai, una nota che si piega verso l’alto con la naturalezza di una voce che sale in falsetto, un vibrato che oscilla con la regolarità di un respiro profondo. È il suono di Carlos Santana. E come quello di B.B. King, è un suono che si riconosce in tre note, prima ancora che il cervello abbia avuto il tempo di elaborare cosa sta ascoltando. È una firma sonora di una personalità così forte da sembrare quasi soprannaturale — e Santana, che ha sempre avuto un rapporto profondo con la spiritualità e il misticismo, probabilmente non contesterebbe quella descrizione.

Carlos Augusto Santana Barragán nacque il 20 luglio 1947 a Autlán de Navarro, nello stato di Jalisco, Messico, figlio di un violinista di musica mariachi. Quella nascita — in una famiglia musicale, in un paese in cui i ritmi africani e la tradizione spagnola si erano mescolati per secoli in qualcosa di unico e irripetibile — fu il primo atto formativo di un percorso che avrebbe portato Santana a creare uno dei linguaggi chitarristici più originali della storia del rock. Non era solo un musicista che suonava la chitarra: era il punto di incontro di civiltà diverse, il luogo in cui il blues di Chicago, i ritmi afrolatini, il jazz modale di Miles Davis e la tradizione musicale messicana si fondevano in qualcosa che non aveva precedenti e non ha avuto imitatori davvero convincenti.


Le origini: Tijuana, il violino e la scoperta del blues

La formazione musicale di Santana cominciò con il violino — lo strumento del padre — e con la musica mariachi che permeava l’ambiente familiare. Fu un’educazione preziosa: il violino sviluppò in lui una sensibilità melodica e una comprensione del legato — la tecnica di connettere le note in modo fluido, senza attacchi percussivi — che avrebbe poi trasferito sulla chitarra con risultati straordinari. La melodia cantata, continua, senza interruzioni: questa è l’essenza del suono di Santana, e ha le sue radici nel violino del padre molto prima che nelle chitarre elettriche di Chicago.

La famiglia si trasferì a Tijuana, città di confine tra Messico e California, e poi a San Francisco — uno spostamento geografico e culturale che fu decisivo. Tijuana espose il giovane Carlos alla musica americana che filtrava attraverso il confine: il rock and roll, il rhythm and blues, e poi il blues elettrico dei grandi chitarristi di Chicago. John Lee Hooker, Muddy Waters, B.B. King — i soliti nomi, i soliti maestri, ma ascoltati con orecchie diverse, filtrati attraverso una sensibilità latinoamericana che li trasformava in qualcosa di nuovo.

San Francisco — la San Francisco della fine degli anni Sessanta, epicentro della controcultura, del movimento hippie, della Summer of Love — completò la formazione. In quella città in ebollizione, Santana assorbì il jazz modale di Miles Davis e John Coltrane, la musica africana che cominciava a circolare tra i musicisti più curiosi, e le sperimentazioni ritmiche che avrebbero poi definito il suono della sua band. Quando la Santana Blues Band — presto rinominata semplicemente Santana — salì sul palco di Woodstock nell’agosto del 1969, era già un organismo musicale completamente formato, con un’identità sonora che non somigliava a nulla di precedente.


La tecnica: il sustain, il legato e la voce della chitarra

L’elemento tecnico più distintivo di Carlos Santana — quello che definisce il suo suono in modo più immediato e più inequivocabile — è il sustain. La capacità di far durare una nota nel tempo, di tenerla viva e vibrante mentre si decade naturalmente, è una qualità fisica che dipende da molti fattori: lo strumento, gli amplificatori, i pickup, la tecnica di picking. Santana ha lavorato su tutti questi fattori con una cura e una consapevolezza straordinarie per ottenere un sustain che è, letteralmente, tra i più lunghi e più belli della storia della chitarra rock.

Lo strumento principale — per gran parte della sua carriera — è stata una chitarra PRS (Paul Reed Smith) prodotta in collaborazione con il liutaio americano che ne porta il nome, con pickup humbucker che producono un segnale caldo e pieno, privo delle frequenze alte e taglienti tipiche dei single coil. Gli amplificatori — principalmente Mesa/Boogie, la cui storia è intrecciata con quella di Santana fin dalle origini, dato che il fondatore Randall Smith costruì il primo prototipo del Boogie parzialmente per soddisfare le esigenze sonore del chitarrista messicano — sono impostati con un guadagno elevato che comprime il segnale e allunga naturalmente il sustain.

Ma la tecnologia è solo una parte della storia. Il vero segreto del sustain di Santana è la sua tecnica di legato — quella capacità, ereditata dal violino, di connettere le note in modo fluido, di passare da una all’altra senza attacchi percussivi, come se la chitarra stesse respirando piuttosto che suonando. I suoi hammer-on e pull-off sono eseguiti con una pressione e una velocità che mantengono vivo il segnale anche quando il plettro non tocca le corde — un’abilità che richiede anni di pratica e una forza nelle dita della mano sinistra che pochi chitarristi raggiungono.

Il risultato è una chitarra che sembra cantare — nel senso più letterale del termine. Ogni nota di Santana ha una qualità vocale che va oltre la metafora: si percepisce come una voce umana, con attacchi, vibrazioni, decadimenti che replicano i meccanismi della voce umana con una fedeltà straordinaria.


Il vibrato: lento, ampio, meditativo

Il vibrato di Santana è l’altro elemento tecnico immediatamente riconoscibile. Lento, ampio, quasi meditativo — è un vibrato che prende il suo tempo, che non ha fretta, che sembra voler assaporare ogni oscillazione della nota prima di passare alla successiva. È diverso dal vibrato rapido e nervoso di B.B. King, diverso da quello carnale di Clapton, diverso da quello drammatico di Gilmour. È qualcosa di più contemplativo, più orientale nel senso musicale del termine — un vibrato che sembra provenire dalla tradizione della musica indiana o araba piuttosto che dal blues del Delta.

Questa qualità non è casuale. Santana ha sempre avuto un rapporto profondo con la musica non occidentale — in particolare con la tradizione indiana, che conobbe attraverso Ravi Shankar e che influenzò la sua concezione del tempo musicale e dell’ornamentazione melodica. Il vibrato lento e meditativo è in parte il risultato di questo ascolto: un’applicazione sulla chitarra elettrica di una concezione del suono che appartiene a tradizioni musicali millenarie.

Il vibrato di Santana si applica quasi sempre alle note lunghe, tenute — raramente alle note brevi o alle frasi veloci. È uno strumento espressivo che riserva per i momenti di maggiore intensità emotiva, per le note che devono portare il peso dell’intera frase. Usato con questa parsimonia, diventa ancora più potente: quando arriva, l’ascoltatore lo sente come qualcosa di necessario, inevitabile, perfetto.


Il ritmo: l’anima latinoamericana

Sarebbe un errore analizzare la tecnica di Carlos Santana concentrandosi esclusivamente sulla chitarra lead — quella delle melodie cantate, degli assoli lunghi e ipnotici, dei vibrati meditativi. Santana è anche, e forse prima di tutto, un chitarrista ritmico di altissimo livello, con una comprensione dei ritmi afrolatini che pochi chitarristi rock hanno mai dimostrato.

La clave — il pattern ritmico fondamentale della musica cubana e afrolatina, una figura di tre note contro due che percorre tutta la tradizione del son, della salsa, del mambo — è la struttura profonda su cui si costruisce gran parte della musica dei Santana. Non è solo un elemento percussivo: è un modo di pensare al tempo, di organizzare le frasi musicali in relazione a una griglia ritmica che il blues e il rock tradizionale non contemplano.

Quando Santana suona le sue parti ritmiche — gli accordi sincopati, i riff che si intrecciano con la percussione — lo fa con una consapevolezza ritmica che viene da anni di ascolto e di pratica della musica latinoamericana. È questa consapevolezza che rende il suono della sua band così immediatamente riconoscibile: non è rock con elementi latini aggiunti come condimento, ma una sintesi autentica in cui i due elementi si fondono in qualcosa di nuovo.


Woodstock e la consacrazione mondiale

Il 16 agosto 1969, Carlos Santana aveva ventun anni e la sua band aveva inciso solo qualche demo. Non aveva ancora pubblicato un album. Eppure salì sul palco di Woodstock — il festival che avrebbe definito un’intera generazione — e suonò una delle esibizioni più memorabili dell’intera storia del rock.

La leggenda vuole che Santana avesse assunto mescalina poco prima di salire sul palco — un dettaglio che lui stesso ha confermato in diverse interviste — e che suonasse in uno stato alterato di coscienza che trasformò l’esperienza in qualcosa di quasi mistico. Che la sostanza abbia o meno contribuito alla qualità dell’esibizione è irrilevante: ciò che arrivò al pubblico e alle telecamere fu una performance di una forza e di una coerenza straordinarie, con Soul Sacrifice — il brano strumentale che chiuse il set — che rimane ancora oggi uno dei documenti più potenti della chitarra rock in concerto.

Dopo Woodstock, il mondo conosceva il nome di Carlos Santana. Il primo album — pubblicato poche settimane dopo il festival — vendette milioni di copie. La carriera era partita.


Supernatural e la reinvenzione continua

Nel 1999 — quasi trent’anni dopo Woodstock — Santana compì uno dei comeback più clamorosi della storia della musica pop con Supernatural, un album di collaborazioni con artisti contemporanei che vendette trenta milioni di copie nel mondo e vinse nove Grammy Awards. Smooth, il singolo con Rob Thomas dei Matchbox Twenty, rimase in cima alle classifiche americane per dodici settimane consecutive.

Dal punto di vista tecnico, Supernatural dimostrò qualcosa di importante: che il suono di Santana era così forte e così personale da sopravvivere a qualsiasi contesto, da imporsi su qualsiasi produzione, da rendere immediatamente riconoscibile anche un brano pop commerciale. Bastano tre note di quella chitarra e sai chi sta suonando. È la prova definitiva di un linguaggio compiuto, di una voce che non ha bisogno di presentazioni.


L’eredità: un ponte tra mondi

Carlos Santana ha costruito nel corso di cinquant’anni qualcosa di raro nella storia della musica: un linguaggio chitarristico che è allo stesso tempo profondamente personale e universalmente accessibile. Non è mai stato il chitarrista più veloce, il più tecnico, il più virtuoso nel senso convenzionale del termine. Ma ha dimostrato che la chitarra può essere un ponte — tra culture, tra generi, tra generazioni — e che il suono più potente non è necessariamente quello più complesso, ma quello più autentico.

La sua influenza si sente in ogni chitarrista che ha cercato di far cantare lo strumento piuttosto che farlo suonare — in ogni musicista che ha capito che il sustain e il vibrato possono dire più di mille note veloci. Si sente nella musica latinoamericana che ha abbracciato il rock, nel rock che ha abbracciato i ritmi afrolatini, in ogni tentativo di superare i confini tra tradizioni musicali diverse.

Ha pregato con la chitarra per cinquant’anni.

E la preghiera è ancora in corso.

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