Il Texano che Bruciava — Stevie Ray Vaughan e il Blues come Fuoco Sacro
Corde pesantissime, dita d’acciaio, un’anima che sembrava avere duecento anni: come un ragazzo di Dallas ha resuscitato il blues elettrico negli anni Ottanta e lo ha consegnato all’immortalità
Siamo nel 1982. Il mondo della musica è dominato dai sintetizzatori, dalle drum machine, dai capelli laccati e dalle giacche con le spalle imbottite. Il blues elettrico — quello vero, quello sporco e sudato del Delta e di Chicago — sembra un reperto museale, qualcosa che i giovani ascoltano nei corsi di storia della musica ma che nessuno suona più con quella urgenza, con quella necessità fisica. E poi sale sul palco del Montreux Jazz Festival un ragazzo di trent’anni dal Texas, con un cappello a tesa larga, una Stratocaster consumata e corde pesantissime, e in tre minuti di Love Struck Baby ricorda al mondo intero che il blues non è morto. Era solo in attesa di qualcuno abbastanza coraggioso da riportarlo al centro della scena.
Quel ragazzo era Stephen Ray Vaughan. E quello che fece nei sette anni successivi — sette anni soltanto, prima che un elicottero si schiantasse contro una collina nel Wisconsin nella notte del 27 agosto 1990 — fu sufficiente a garantirgli un posto permanente nel pantheon dei più grandi chitarristi della storia.
Le origini: Dallas, il fratello Jimmie e il blues come destino
Stevie Ray Vaughan nacque il 3 ottobre 1954 a Dallas, Texas, secondo figlio di Martha Jean e Jimmie Lee Vaughan. Il fratello maggiore Jimmie — di cinque anni più grande, futuro chitarrista dei Fabulous Thunderbirds — fu la prima influenza musicale decisiva. Era Jimmie a portare a casa i dischi, a suonare la chitarra, a parlare di blues con un’autorevolezza che il piccolo Stevie ascoltava con ammirazione reverenziale. Quando Jimmie lasciò casa, lasciò indietro anche alcuni dei suoi dischi — tra cui registrazioni di B.B. King, Muddy Waters, Albert King, Howlin’ Wolf — che Stevie cominciò ad ascoltare e reascoltare con un’intensità ossessiva.
La chitarra arrivò presto, inevitabilmente. A undici anni Stevie aveva già una comprensione del blues che ragazzi di vent’anni non avrebbero raggiunto. Non era studio accademico: era immersione totale, assorbimento viscerale di un linguaggio che sentiva come proprio, come se il blues fosse la lingua madre che aveva dimenticato e stesse faticosamente riimparando. Lasciò la scuola a diciassette anni per suonare nei club di Austin — una città che in quegli anni stava diventando una delle capitali mondiali della musica live — e non si voltò mai indietro.
Austin fu il laboratorio in cui Stevie Ray Vaughan diventò se stesso. Suonando sei, sette sere a settimana nei club della Sixth Street, accumulò un’esperienza performativa che nessun conservatorio avrebbe potuto offrire. Ogni sera era un’improvvisazione diversa, un dialogo diverso con il pubblico, una sfida diversa a se stesso. Quando nel 1983 fondò i Double Trouble — con il bassista Tommy Shannon e il batterista Chris Layton — aveva già alle spalle un decennio di palchi notturni che aveva forgiato il suo suono con la stessa precisione con cui un fabbro forgia il metallo.
La tecnica: corde pesanti, tono enorme
Il primo elemento che colpisce nella tecnica di Stevie Ray Vaughan è puramente fisico: le corde. Mentre la maggior parte dei chitarristi rock degli anni Ottanta usava corde leggere — calibro .009 o .010, che facilitano i bend e riducono lo sforzo sulla mano sinistra — Vaughan montava sulla sua Stratocaster corde di calibro .013, normalmente utilizzate per la chitarra acustica. In alcuni periodi della sua carriera usò calibri ancora più pesanti.
Questa scelta aveva conseguenze tecniche enormi. Le corde pesanti richiedono una forza fisica considerevolmente maggiore per essere premute e stirate — i bend, che su corde leggere sono relativamente agevoli, su calibri .013 diventano un esercizio muscolare serio. Vaughan sviluppò nel corso degli anni una forza nelle mani e nelle dita che era, letteralmente, fuori dal comune. Si racconta che le sue dita avessero i calli così spessi da sembrare cuoio — un effetto diretto di anni di suono su corde pesantissime.
Ma perché questa scelta masochistica? Per il tono. Le corde più pesanti producono un suono più pieno, più ricco di armonici, con un sustain maggiore e una qualità fisica che le corde leggere non possono replicare. Il tono di Vaughan — quella densità quasi orchestrale, quella presenza fisica che si sentiva non solo con le orecchie ma con il corpo intero — era in larga parte il risultato diretto delle sue corde pesanti, combinate con amplificatori impostati su volumi altissimi.
Gli amplificatori erano principalmente Fender Vibroverb e Super Reverb — vintage americani degli anni Sessanta, con quella distorsione naturale e quella risposta dinamica che i moderni amplificatori a stato solido non riescono a replicare — affiancati da Dumble e da alcune unità Marshall. Il volume era sempre altissimo: Vaughan credeva che il volume facesse parte del suono, che la chitarra dovesse essere suonata forte per esprimere tutto il suo potenziale timbrico. Era una filosofia opposta a quella di Gilmour — che cercava la trasparenza e il controllo — ma ugualmente coerente e ugualmente efficace.
La Stratocaster “Number One” e il suono personale
Lo strumento con cui Vaughan è più identificato è la sua Fender Stratocaster del 1963, soprannominata “Number One” o affettuosamente “Lenny” in alcune fonti — anche se Lenny era in realtà un’altra delle sue Stratocaster, regalatagli dalla moglie. La Number One era una chitarra modificata nel corso degli anni con un manico del 1962 e pickup di diverse epoche, accordata mezzo tono sotto il mi standard — la stessa accordatura di Hendrix, che Vaughan ammirava profondamente — il che abbassava leggermente la tensione delle corde già pesantissime e dava al suono una qualità leggermente più scura e blues.
La Number One aveva un’usura visibile che raccontava anni di uso intensivo: il pick guard consumato dal plettro, il corpo graffiato e ammaccato, le meccaniche sostituite più volte. Non era una chitarra da museo: era uno strumento da lavoro, usato ogni sera con una fisicità e un’intensità che pochissimi strumenti avrebbero potuto sopportare.
Il suono che Vaughan estraeva dalla Number One era immediatamente riconoscibile: denso, caldo, con un attacco percussivo che si sentiva fisicamente, e un sustain che sembrava non finire mai. Era un suono che univa la chiarezza della Stratocaster con la potenza e la profondità normalmente associate alle chitarre con humbucker — un risultato ottenuto non attraverso modifiche elettroniche ma attraverso la combinazione di corde pesanti, amplificatori a valvole al limite della distorsione e una tecnica di picking di una precisione e di una potenza straordinarie.
Il picking e il ritmo: Vaughan come band intera
Uno degli aspetti meno discussi ma più importanti della tecnica di Stevie Ray Vaughan è il suo approccio al ritmo. Vaughan non era solo un solista eccezionale: era un chitarrista ritmico di altissimo livello, capace di suonare simultaneamente la linea di basso, la parte ritmica degli accordi e la melodia solistica — esattamente come Hendrix, che era la sua influenza più dichiarata e più evidente.
Il suo picking era potente, diretto, con un attacco sul tempo che aveva una qualità quasi percussiva. Usava il plettro con una forza considerevole — un’altra ragione per cui le corde pesanti erano necessarie, perché quelle leggere avrebbero ceduto sotto quella pressione — e alternava il picking tradizionale con sezioni di fingerpicking, in particolare nel repertorio più blues e più intimo.
In brani come Pride and Joy o Love Struck Baby, Vaughan suona contemporaneamente il basso, il ritmo e la melodia con una naturalezza che rende quasi difficile credere che ci sia un solo musicista sul palco. Era una tecnica che derivava direttamente dallo studio di Albert King — il sinistro mancino del blues che usava una chitarra capovolta e sviluppò un approccio ritmico-melodico di straordinaria complessità — e di Hendrix, che aveva portato quella stessa idea a un livello cosmico.
Texas Flood e la resurrezione del blues
L’album di debutto dei Double Trouble — Texas Flood, registrato nel 1983 e prodotto da John Hammond Jr. — fu uno shock culturale nel panorama musicale dell’epoca. In un momento in cui il blues sembrava condannato a sopravvivere solo nelle sale da concerto per appassionati di mezza età, Texas Flood arrivò con la forza di un temporale estivo — improvviso, devastante, liberatorio.
La title track — una ballad blues lenta, costruita su un groove ipnotico e un assolo di chitarra di una bellezza straziante — dimostrò immediatamente che Vaughan non era un imitatore ma un innovatore: qualcuno che aveva assorbito così profondamente il linguaggio del blues da poterlo parlare con una voce completamente propria. Pride and Joy, con il suo shuffle irresistibile e il riff d’apertura che è diventato uno degli incipit più riconoscibili della storia del blues-rock, dimostrò che Vaughan poteva anche far ballare — e che il blues poteva essere fisicamente gioioso oltre che emotivamente profondo.
Il successo di Texas Flood aprì una porta che sembrava chiusa: improvvisamente il blues tornò ad essere musica viva, musica presente, musica che i giovani potevano amare senza sentirsi in visita a un museo. Fu uno dei contributi culturali più importanti della musica americana degli anni Ottanta — e avvenne grazie alla chitarra di un ragazzo di Dallas con le corde più pesanti del rock.
L’eredità: sette anni che valgono una vita
Stevie Ray Vaughan morì a trentasei anni, al culmine della sua potenza artistica, dopo aver appena superato una grave crisi di dipendenza da alcol e droghe che aveva quasi distrutto la sua carriera a metà degli anni Ottanta. Era sobrio da quattro anni quando l’elicottero su cui viaggiava si schiantò contro una collina avvolta dalla nebbia dopo un concerto condiviso con Eric Clapton — il suo idolo, il chitarrista che più di ogni altro aveva ispirato la sua visione del blues elettrico.
La sua morte lasciò un vuoto che nessuno ha mai davvero colmato. Non perché non siano emersi ottimi chitarristi blues nei trent’anni successivi — Gary Clark Jr., Joe Bonamassa, Derek Trucks sono tutti musicisti straordinari — ma perché Vaughan aveva qualcosa di irripetibile: quella combinazione di fisicità bruta e sensibilità emotiva estrema, quella capacità di suonare con la stessa intensità a mezzanotte in un club di Austin e davanti a centomila persone a un festival, quella fedeltà assoluta al blues come forma di verità piuttosto che come genere musicale.
In sette anni di carriera discografica aveva pubblicato cinque album — Texas Flood, Couldn’t Stand the Weather, Soul to Soul, Live Alive, In Step — ciascuno dei quali avrebbe potuto rappresentare il capolavoro di una carriera intera. Insieme, raccontano la storia di un musicista che bruciava con un’intensità che il tempo non poteva contenere.
Il fuoco sacro non si spegne mai davvero.
Brucia ancora.
