Slowhand — Eric Clapton e il Blues Come Forma di Preghiera

Dalla periferia londinese alle vette del rock mondiale: come un ragazzo introverso e ossessionato dal blues americano ha ridefinito il concetto stesso di feeling chitarristico


C’è una frase che circola tra i chitarristi di tutto il mondo da quasi sessant’anni. Apparve sui muri di Londra nel 1965, scritta con vernice spray da fan anonimi in preda a un entusiasmo che oggi chiameremmo virale: Clapton is God. Tre parole. Nessuna spiegazione, nessun contesto. Solo una certezza assoluta, condivisa da chiunque avesse sentito suonare quel ragazzo di Ripley, Surrey, con i Yardbirds e poi con John Mayall & the Bluesbreakers. Non era hype: era riconoscimento. Eric Clapton aveva qualcosa che non si imparava sui libri e non si comprava nei negozi di strumenti. Aveva il blues dentro — e sapeva come tirarlo fuori.

Eppure definire Clapton semplicemente come “un bluesman” sarebbe riduttivo quanto chiamare Michelangelo “un decoratore”. La sua carriera — che abbraccia oltre sei decenni, dalla metà degli anni Sessanta fino ai giorni nostri — è un viaggio continuo attraverso stili, formazioni, crisi personali e rinascite artistiche. Ogni fase ha prodotto un suono diverso, una tecnica affinata, una voce chitarristica che si è evoluta senza mai perdere il suo centro di gravità: il blues. Sempre il blues.


Le origini: un ragazzo e il suo Robert Johnson

Eric Patrick Clapton nacque il 30 marzo 1945 a Ripley, nel Surrey, figlio illegittimo di una madre adolescente e di un soldato canadese che non avrebbe mai conosciuto. Cresciuto dai nonni, che credeva fossero i suoi genitori, scoprì la verità sulla propria nascita a nove anni — un trauma che segnò profondamente la sua personalità, la sua tendenza all’isolamento, la sua ricerca ossessiva di qualcosa di autentico a cui aggrapparsi.

Quella cosa autentica fu il blues americano. A tredici anni, Clapton ricevette in regalo una chitarra acustica — una Kay semiacustica di scarsa qualità — e cominciò a suonarla con la stessa intensità con cui altri ragazzi della sua generazione inseguivano il calcio o il cinema. I suoi eroi erano Robert Johnson — il leggendario bluesman del Delta morto nel 1938 a soli ventisette anni, la cui musica sembrava provenire da un altro mondo — e poi Muddy Waters, Freddie King, Buddy Guy. Musicisti neri americani che non avevano quasi nessuna visibilità nel Regno Unito dell’epoca, ma che circolavano su vinili importati nei negozi specializzati di Londra, tra appassionati che li cercavano con la stessa devozione con cui altri cercavano reliquie.

Clapton li ascoltava, li trascriveva, li imitava. Non per copiarli — ma per capirli dall’interno, per assorbire il linguaggio prima di trovare la propria voce. È un approccio che oggi si chiamerebbe “apprendimento per immersione”, e che produsse risultati straordinari.


La tecnica: il vibrato, i bend, il tono

Se si dovesse identificare un solo elemento tecnico che distingue Eric Clapton da qualsiasi altro chitarrista della sua generazione, quella sarebbe il vibrato. Il vibrato è l’oscillazione della nota — ottenuta muovendo il dito che preme la corda su e giù, o lateralmente, in modo rapido e controllato — e ogni chitarrista ne ha uno diverso, personalissimo, come un’impronta digitale sonora. Quello di Clapton è ampio, lento, carnale. Non è il vibrato veloce e nervoso di un Hendrix o di un Beck: è un vibrato che si prende il suo tempo, che lascia respirare la nota, che sembra dire aspetta, senti ancora.

Questo vibrato non nacque dal nulla. Clapton lo sviluppò studiando i grandi cantanti blues — in particolare B.B. King, il cui vibrato chitarristico è universalmente considerato il più espressivo della storia — e cercando di replicare sulla chitarra elettrica quella qualità vocale, quella capacità di far piangere una nota come se fosse una voce umana. Ci riuscì in modo così completo che ancora oggi, ascoltando un assolo di Clapton a occhi chiusi, è facile dimenticare che si tratta di uno strumento a corde e non di una voce.

I bend — le stirature della corda che innalzano la nota di un semitono, un tono o più — sono l’altro elemento distintivo del suo fraseggio. Clapton esegue i bend con una precisione intonativa rarissima: la nota di arrivo è sempre esattamente quella giusta, né troppo alta né troppo bassa. Sembra ovvio, ma chiunque abbia provato a suonare il blues sa che intonare correttamente un bend è tra le cose più difficili della chitarra. Clapton lo fa con una naturalezza che nasconde completamente la difficoltà tecnica.

Il suo tono — il suono puro, la qualità timbrica della sua chitarra — è anch’esso immediatamente riconoscibile. Nei periodi più blues-rock, con i Bluesbreakers e con i Cream, usava una Gibson Les Paul Standard collegata a un amplificatore Marshall con il volume al massimo, ottenendo quella distorsione calda e compressa che si sente in Hideaway o in Sunshine of Your Love. Negli anni successivi, convertito alla causa della Fender Stratocaster — il suo strumento principale dagli anni Settanta in poi — il tono si fece più pulito, più brillante, ma non meno espressivo. La Stratocaster di Clapton — soprannominata “Blackie”, assemblata combinando parti di tre diverse Strat vintage acquistate in un negozio di Nashville — è diventata uno degli strumenti più iconici e costosi della storia del rock, venduta all’asta nel 2004 per quasi un milione di dollari.


Cream e l’invenzione del power trio

Tra il 1966 e il 1968, Clapton fu parte di una delle formazioni più influenti della storia del rock: i Cream, trio completato dal bassista Jack Bruce e dal batterista Ginger Baker. I Cream inventarono letteralmente il concetto di power trio — tre musicisti che producono un suono collettivo di una densità e di una potenza normalmente associate a formazioni molto più numerose — e furono il laboratorio in cui Clapton sviluppò alcune delle sue tecniche più avanzate.

Con i Cream, Clapton fu costretto a occupare uno spazio musicale enorme. Non c’era un secondo chitarrista, non c’era una tastiera a riempire le frequenze medie: c’era solo lui, con la sua Les Paul e il suo Marshall, a tenere insieme armonia, melodia e interplay con una sezione ritmica tra le più aggressive dell’epoca. Questo lo spinse a sviluppare un approccio chitarristico più orchestrale, più attento alla costruzione dell’assolo come narrazione autonoma all’interno del brano.

Crossroads — la cover del brano di Robert Johnson registrata dal vivo al Fillmore di San Francisco nel 1968 — rimane uno degli assoli più analizzati e studiati della storia della chitarra rock. In quattro minuti scarsi, Clapton costruisce una tensione che sale inesorabilmente, con frasi sempre più urgenti, sempre più alte nel registro, fino a una risoluzione che sembra inevitabile solo a posteriori. È improvvisazione con la struttura di una composizione.


Derek and the Dominos e il capolavoro del dolore

Se i Cream rappresentano il Clapton più esuberante e sperimentale, Derek and the Dominos — la formazione con cui registrò Layla and Other Assorted Love Songs nel 1970 — rappresentano il Clapton più vulnerabile e, paradossalmente, più grande. L’album nacque in un momento di crisi personale profonda: Clapton era innamorato perdutamente di Pattie Boyd, moglie del suo amico George Harrison, e canalizzò quella passione non corrisposta in una serie di brani di una bellezza straziante.

La collaborazione con Duane Allman — chitarrista della Allman Brothers Band, tra i più dotati della sua generazione — produsse una delle interazioni tra due chitarre più memorabili della storia del rock. I due si alternavano e si intrecciavano con una naturalezza che sembrava il prodotto di anni di collaborazione, non di poche settimane di sessioni in studio. Layla stessa — con la sua apertura esplosiva, il suo chorus irresistibile e la coda pianistica aggiunta quasi per caso — è considerata da molti il punto più alto dell’intera carriera di Clapton.

Tecnicamente, in questo periodo Clapton suonava principalmente con una Fender Stratocaster accordata mezzo tono sotto il mi standard — una scelta che ammorbidisce leggermente la tensione delle corde, facilitando i bend e dando al suono una qualità leggermente più scura e malinconica. Una piccola modifica tecnica con conseguenze sonore enormi.


L’eredità: il feeling oltre la velocità

In un’epoca ossessionata dalla velocità — gli anni Ottanta con il loro shredding, gli anni Novanta con il loro technical death metal — Clapton ha sempre rappresentato il polo opposto: la scuola del feeling, della frase giusta al momento giusto, della nota singola che vale più di cento. È stato spesso frainteso, accusato di essere “troppo lento”, “poco tecnico”, persino “sopravvalutato” da chi confondeva la velocità con la profondità.

Ma la sua influenza è incalcolabile. John Mayer — il chitarrista blues-rock più importante emerso negli anni Duemila — ha costruito la propria carriera in dialogo esplicito con il linguaggio di Clapton. Gary Clark Jr., Joe Bonamassa, Derek Trucks: tutti devono qualcosa al Slowhand. E non solo i chitarristi: chiunque abbia mai cercato di far cantare uno strumento, di far dire a una nota qualcosa di più di quanto le note normalmente dicano, ha guardato a Clapton come a un maestro.

Clapton is God dissero i muri di Londra nel 1965. Settant’anni dopo, il dibattito è ancora aperto. Ma una cosa è certa: nessuno ha mai fatto piangere una chitarra come lui.

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