I Chitarristi più Sottovalutati della Storia del Rock
Fuori dai riflettori, lontani dalle classifiche dei “migliori di sempre”, eppure decisivi per la storia dello strumento: i chitarristi che il grande pubblico ha dimenticato ma che i musicisti non hanno mai smesso di studiare
Ogni lista dei migliori chitarristi della storia del rock contiene gli stessi nomi. Hendrix, Clapton, Page, Beck, Van Halen. Sono nomi giusti — nessuno sano di mente contesterebbe la loro grandezza — ma sono anche nomi che hanno finito per oscurare una galassia intera di musicisti altrettanto straordinari, altrettanto influenti, altrettanto necessari alla comprensione di come la chitarra elettrica si sia evoluta nel corso dei decenni.
Il problema delle grandi classifiche è strutturale: premiamo la visibilità più della profondità, la fama più dell’influenza, il successo commerciale più dell’innovazione artistica. Un chitarrista che ha venduto dieci milioni di dischi con una band famosa finisce automaticamente in cima alle liste, anche se tecnicamente e artisticamente era inferiore a un suo contemporaneo che ha suonato in formazioni minori, ha pubblicato album di nicchia, ha influenzato generazioni di musicisti senza mai raggiungere il grande pubblico.
Questo articolo è un atto di giustizia. Non verso i grandi — che non hanno bisogno di difensori — ma verso coloro che hanno contribuito in modo decisivo alla storia della chitarra rock senza ricevere il riconoscimento che meritavano. Sono chitarristi che i chitarristi conoscono. Che i musicisti studiano. Che gli appassionati veri cercano nei negozi di dischi usati con la stessa devozione con cui altri cercano i classici conclamati.
Sono i chitarristi più sottovalutati della storia del rock. E questa è la loro storia.
Roy Buchanan — Il Genio Invisibile
Se doveste scegliere un solo nome da questa lista — un solo chitarrista che rappresenta nel modo più emblematico il concetto di “genio incompreso” — quel nome sarebbe Roy Buchanan.
Nato nel 1939 in Arkansas, Buchanan sviluppò negli anni Sessanta e Settanta una tecnica chitarristica di una complessità e di una personalità straordinarie. Il suo controllo del volume — usato come espressione dinamica in tempo reale, con sfumature che passavano dal quasi silenzio all’urlo in frazioni di secondo — era talmente avanzato da influenzare direttamente Jeff Beck, che lo ha citato più volte come una delle sue influenze primarie. Il suo uso degli armonici naturali — quelle note cristalline che si ottengono toccando leggermente la corda in punti specifici senza premerla completamente — era così sofisticato da sembrare quasi soprannaturale.
Buchanan rifiutò un’offerta per diventare il chitarrista dei Rolling Stones. Rifiutò altre offerte di gruppi importanti. Preferì rimanere nella sua zona, suonare nei club, registrare album per etichette minori. Era un artista che non cercava la fama — e la fama, di conseguenza, non lo cercò. Morì nel 1988, a quarantotto anni, in circostanze tragiche. Lasciò un catalogo di registrazioni che i chitarristi di tutto il mondo ancora oggi studiano con reverenza.
Jeff Beck ha detto di lui: era il migliore che avesse mai sentito. Quando Jeff Beck dice una cosa del genere, vale la pena ascoltare.
Danny Gatton — Il più Grande che Nessuno Conosce
Danny Gatton fu soprannominato dalla stampa specializzata “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo” — un titolo che, paradossalmente, lo rese ancora più sconosciuto al grande pubblico. Il meccanismo della fama ha queste ironie crudeli.
Gatton era nato nel 1945 a Washington D.C., e sviluppò uno stile chitarristico che era — letteralmente — impossibile da classificare. Suonava country, jazz, blues, rockabilly, bebop e rock and roll con uguale maestria, spesso mescolandoli nello stesso assolo, nello stesso brano, nella stessa frase. Era la sintesi vivente della tradizione chitarristica americana — tutte le tradizioni insieme, fuse in un linguaggio personale di una complessità vertiginosa.
La sua velocità era leggendaria — poteva suonare a velocità che altri chitarristi consideravano fisicamente impossibili — ma la velocità non era mai fine a se stessa. Era al servizio del groove, della musicalità, di quella qualità narrativa che è il segno distintivo dei grandi. I suoi concerti erano eventi straordinari: improvvisazioni di un’ora in cui attraversava generi e decenni con una naturalezza che lasciava il pubblico — spesso composto principalmente di altri chitarristi — letteralmente a bocca aperta.
Pubblicò pochissimi album. Non cercò mai il successo commerciale con la determinazione che avrebbe richiesto. Morì nel 1994, a quarantanove anni. Il mondo della musica lo pianse in silenzio — perché in silenzio lo aveva vissuto.
Rory Gallagher — Il Bluesman Irlandese
Rory Gallagher è forse il meno sconosciuto tra i nomi di questa lista — in Irlanda è una leggenda nazionale, e negli ambienti blues-rock europei il suo nome è pronunciato con rispetto assoluto — ma nel grande dibattito pubblico sui migliori chitarristi della storia è sistematicamente assente, e questa assenza è incomprensibile.
Nato nel 1948 a Ballyshannon, nella contea di Donegal, Gallagher sviluppò uno dei linguaggi blues-rock più autentici e più potenti della sua generazione. La sua Stratocaster del 1961 — una delle chitarre più fotografate della storia del rock, con la vernice consumata fino al legno dopo anni di uso intensivo — era lo strumento con cui costruì un suono di una fisicità e di un’immediatezza rare anche tra i migliori chitarristi blues del periodo.
Gallagher non cercava la perfezione in studio: cercava la verità sul palco. I suoi concerti erano eventi di una intensità quasi fisica — due, tre ore di musica suonata con una concentrazione e un’energia che lasciavano il pubblico esausto e felice. Jimi Hendrix, interrogato una volta su cosa significasse essere il miglior chitarrista del mondo, rispose: “Non lo so, chiedetelo a Rory Gallagher.” È forse il complimento più grande che un chitarrista abbia mai ricevuto da un altro chitarrista.
Morì nel 1995, a quarantasei anni, per complicazioni legate a una malattia al fegato. Lasciò un catalogo di album live che sono ancora oggi tra i documenti più onesti e più potenti della chitarra blues-rock.
Peter Green — Prima che il Silenzio
Prima che la malattia mentale lo costringesse a ritirarsi dalla musica nel 1970, Peter Green fu considerato da molti — incluso B.B. King — il chitarrista blues bianco più dotato della sua generazione. Fondatore dei Fleetwood Mac originali — ben diversi dalla band pop-rock che conosciamo oggi — Green sviluppò un suono chitarristico di una profondità e di una malinconia che pochi musicisti hanno mai raggiunto.
Il suo tono era immediatamente riconoscibile: caldo, leggermente distorto, con una qualità quasi vocale che ricordava da vicino il suono dei grandi bluesman di Chicago che amava. Il segreto tecnico del suo suono era in parte nella sua Gibson Les Paul del 1959 — un esemplare rarissimo con un pickup installato al contrario rispetto agli standard, che produceva un’uscita di fase che dava al suono quella qualità particolare, quella sottile stranezza timbrica che lo rendeva inconfondibile.
Albatross — il brano strumentale che portò i Fleetwood Mac al numero uno delle classifiche britanniche nel 1968 — è uno dei pezzi di chitarra più belli mai registrati: melodico, ipnotico, di una semplicità apparente che nasconde una profondità enorme. Carlos Santana ha dichiarato che quel brano fu una delle influenze primarie nella formazione del suo suono. È il tipo di influenza che non si vede in superficie ma che si sente in tutto quello che viene dopo.
Robbie Robertson — Il Narratore
Robbie Robertson non è mai stato considerato un grande solista nel senso convenzionale del termine. Non faceva assoli spettacolari, non cercava il virtuosismo fine a se stesso, non era interessato a dimostrare cosa le sue dita potessero fare. Era interessato a qualcosa di molto più difficile: fare in modo che la chitarra raccontasse storie.
Chitarrista principale di The Band — la formazione canadese che negli anni Sessanta e Settanta fu la backing band di Bob Dylan e poi uno dei gruppi più influenti della storia del rock americano — Robertson sviluppò un approccio alla chitarra che era essenzialmente cinematografico. Ogni parte di chitarra era pensata in relazione al brano nel suo complesso, al testo, all’atmosfera, alla storia che la canzone stava raccontando. Non c’era mai una nota di troppo. Non c’era mai un gesto inutile.
Il suo lavoro in brani come The Weight, Up on Cripple Creek e Chest Fever è un masterclass di chitarra al servizio della canzone — la dimostrazione più compiuta che esista del fatto che il chitarrista più importante non è necessariamente quello che suona di più, ma quello che fa suonare meglio il brano nel suo insieme.
Link Wray — L’Inventore della Distorsione
Se stai leggendo questo articolo attraverso un amplificatore distorto — se stai suonando rock, heavy metal, punk, grunge, o qualsiasi altra forma di musica elettrica che usa la distorsione come elemento espressivo — devi qualcosa a Link Wray. Probabilmente non lo sai. Quasi nessuno lo sa. Ed è per questo che Wray è forse il chitarrista più sottovalutato della storia del rock in senso assoluto.
Nel 1958, Wray incise Rumble — un brano strumentale costruito su un riff semplice e ripetitivo, suonato attraverso un amplificatore deliberatamente distorto. La distorsione era ottenuta forando il cono dell’altoparlante con una matita — una soluzione artigianale e quasi vandalica che produceva un suono grezzo, aggressivo, mai sentito prima. Il risultato fu così provocatorio che alcune stazioni radio americane si rifiutarono di mandarlo in onda, temendo che il suono potesse incitare alla violenza giovanile.
Rumble non era solo un singolo: era un manifesto. Dimostrava che la chitarra elettrica poteva essere deliberatamente brutta, deliberatamente aggressiva, deliberatamente scomoda — e che quella bruttezza, quell’aggressività, quella scomodità erano forme di espressione artistica legittime, potenti, necessarie. Senza Rumble non ci sarebbe stato il garage rock degli anni Sessanta. Senza il garage rock non ci sarebbe stato il punk. Senza il punk non ci sarebbe stato il grunge. La linea è diretta, e parte da un uomo che forava i suoi altoparlanti con una matita nel 1958.
Albert Collins — Il Maestro del Gelo
Albert Collins è conosciuto negli ambienti blues come “The Master of the Telecaster” e “The Ice Man” — soprannomi che descrivono perfettamente il suo suono: tagliente, freddo, preciso come una lama. Ma al di fuori degli appassionati di blues, il suo nome è quasi sconosciuto.
Collins sviluppò una tecnica di fingerpicking — senza plettro, con le dita nude — che produceva un attacco percussivo di una potenza straordinaria, amplificata dalla sua scelta di accordare la chitarra in modo non convenzionale e di usare un capo tasto mobile per cambiare tonalità senza ricalibrare il fingering. Il risultato era un suono che non somigliava a nessun altro blues chitarrista dell’epoca — più tagliente, più ritmico, con un’aggressività che anticipava certi sviluppi del funk e del rock degli anni Settanta.
La sua influenza su Robert Cray — che lo produsse e collaborò con lui per anni — è documentata e dichiarata. Ma Collins merita un posto molto più ampio nel pantheon della chitarra blues di quanto la storia ufficiale gli abbia concesso.
Perché Studiare i Sottovalutati
C’è una ragione pratica, oltre che storica, per dedicarsi allo studio di questi chitarristi. I grandi nomi — Hendrix, Clapton, Page — sono stati così studiati, così analizzati, così imitati che il loro linguaggio è diventato quasi una lingua franca della chitarra rock. Lo si riconosce ovunque, lo si sente in mille variazioni.
I chitarristi sottovalutati, invece, offrono qualcosa di più raro: un linguaggio non ancora esaurito, una voce non ancora diluita dall’imitazione di massa. Studiare Roy Buchanan significa accedere a tecniche di controllo del volume e degli armonici che pochissimi chitarristi hanno esplorato. Studiare Danny Gatton significa aprire una porta sulla sintesi delle tradizioni americane che nessun altro ha percorso con quella completezza. Studiare Rory Gallagher significa capire cosa significhi suonare con una verità e un’onestà che il successo commerciale spesso corrode.
Sono chitarristi che insegnano cose che i grandi nomi non insegnano. E per questo meritano di essere ascoltati, studiati, celebrati.
La storia della chitarra rock non finisce con i nomi famosi.
Spesso, comincia proprio dove quei nomi finiscono.






