Beppe Gambetta: l’Ambasciatore del Flatpicking Italiano nel Mondo
Da Genova ai festival folk americani, dal bluegrass delle Appalachi alla tradizione ligure: come un chitarrista della Riviera ha costruito una carriera internazionale portando il flatpicking italiano dove nessuno si aspettava di trovarlo — e portando il mondo folk americano in Italia con una naturalezza che sembrava impossibile
C’è un momento che Beppe Gambetta racconta spesso quando parla delle origini della propria ossessione per il flatpicking americano. Era un ragazzo di Genova negli anni Settanta — una città di mare, di commercio, di incontri tra culture diverse — e stava ascoltando un disco che un amico gli aveva prestato. Non ricordava più il titolo esatto, non ricordava bene il nome dell’artista. Ricordava solo il suono: quella chitarra acustica che suonava melodie rapide e precise con un plettro piatto, con quella qualità di energia fisica e di precisione tecnica simultanee che sembrava impossibile per uno strumento acustico.
Era flatpicking americano. Era probabilmente Doc Watson o Norman Blake — i grandi maestri della tradizione che Gambetta avrebbe poi studiato per decenni. E quel suono entrò nella sua testa e non uscì più.
Da quel momento, Gambetta dedicò la propria vita a capire quel suono dall’interno — a padroneggiarlo con la profondità e l’autenticità che richiedeva, a portarlo in Italia dove non esisteva ancora come tradizione, e poi a portare se stesso e la propria identità italiana nel mondo di quella tradizione americana.
Fu un progetto di una vita. E fu un progetto che riuscì in modo straordinario.
Genova come punto di partenza
Giuseppe Gambetta — Beppe per tutti — nacque nel 1955 a Genova. La città era — ed è ancora — uno dei luoghi più cosmopoliti d’Italia: porto sul Mediterraneo, crocevia di commerci e di culture, città che aveva sempre avuto un rapporto naturale con il mondo esterno grazie alla propria posizione geografica e alla propria storia mercantile.
Crescere a Genova significava crescere in una città in cui la musica veniva da ogni parte — la tradizione canora ligure, il folk europeo che circolava nei circoli culturali degli anni Settanta, il rock americano e britannico che arrivava attraverso i dischi importati. Non era una città chiusa su se stessa musicalmente: era aperta, curiosa, disponibile ad ascoltare quello che il mondo aveva da offrire.
Gambetta cominciò a suonare la chitarra da adolescente — con quella naturalezza con cui i musicisti italiani della sua generazione si avvicinavano allo strumento, attraverso i Beatles e i Rolling Stones prima e poi attraverso ricerche sempre più specifiche verso le radici della musica che amavano. Ma la sua ricerca prese una direzione insolita — non verso il blues elettrico di Chicago o il rock psichedelico di San Francisco, ma verso il folk acustico americano: quella tradizione di chitarra da ballo e da ascolto che aveva le sue radici nelle montagne degli Appalachi e nelle praterie del Midwest.
La scoperta del flatpicking: un’ossessione metodica
La scoperta del flatpicking non fu un colpo di fulmine immediato — fu il punto di arrivo di una ricerca graduale e metodica che portò Gambetta ad approfondire progressivamente la propria comprensione della tradizione folk americana.
Merle Travis fu uno dei primi punti di riferimento — con quella tecnica di fingerpicking che mescolava basso e melodia in modo quasi automatico. Chet Atkins fu il secondo — con quella raffinatezza e quella completezza tecnica che portavano il Travis picking ai suoi livelli di massima elaborazione. E poi, gradualmente, la scoperta del flatpicking vero e proprio — quella tecnica specifica di suonare con il plettro piatto in modo da produrre melodie veloci e precise, tipica del bluegrass e del country americano.
Doc Watson — il leggendario chitarrista cieco della Carolina del Nord che aveva inventato il flatpicking moderno — fu la rivelazione definitiva. Il suono di Watson aveva qualcosa che nessun altro chitarrista della tradizione folk americana aveva: una velocità e una fluidità melodica che sembravano impossibili per uno strumento acustico, combinate con un senso del groove e della musicalità che rendevano ogni nota necessaria invece che semplicemente veloce.
Gambetta cominciò a studiare Watson con quella metodicità quasi scientifica che avrebbe poi caratterizzato tutto il suo approccio alla tradizione americana: trascrivendo i brani, analizzando la tecnica, cercando di capire non solo come Watson suonasse ma perché suonasse in quel modo — quale era la logica tecnica e musicale dietro ogni scelta.
Il viaggio in America: imparare dalle fonti
La comprensione più profonda della tradizione non poteva arrivare solo dai dischi. Gambetta lo capì relativamente presto — e decise di andare direttamente alle fonti.
Negli anni Ottanta cominciò a frequentare i festival folk e bluegrass americani — quelle manifestazioni annuali in cui i chitarristi della tradizione si ritrovavano per suonare, insegnare, confrontarsi. Non era un turista musicale: era uno studente serio, disposto a mettersi in discussione, a imparare da chiunque avesse qualcosa da insegnare, a passare ore a guardare le mani dei grandi per capire esattamente cosa facessero.
Doc Watson lo incontrò in questi contesti — e riconobbe in Gambetta qualcosa di raro: un europeo che aveva assorbito la tradizione americana con una profondità e un rispetto che non era mai imitazione superficiale ma comprensione autentica. La relazione tra i due — che produsse collaborazioni musicali e una stima reciproca documentata in diverse interviste — fu uno degli aspetti più significativi della carriera internazionale di Gambetta.
Norman Blake — il chitarrista dell’Alabama che era uno dei più sofisticati interpreti del flatpicking nella tradizione post-Watson — fu un altro punto di riferimento fondamentale. Blake aveva portato il flatpicking verso territori armonicamente più elaborati, con una comprensione della musica old-time americana e della tradizione Celtic che arricchiva il linguaggio base del bluegrass in modi che Gambetta trovava particolarmente congeniali alla propria sensibilità europea.
Questi viaggi americani non trasformarono Gambetta in un chitarrista americano. Lo trasformarono in qualcosa di più interessante: un chitarrista italiano che parlava il linguaggio americano del flatpicking con autenticità e profondità, ma con un accento — quell’accento specificamente mediterraneo, specificamente genovese — che rendeva la sua voce riconoscibile e originale.
La tecnica: il picking alternato e la velocità al servizio della melodia
La tecnica di Gambetta è costruita su principi che vale la pena analizzare in dettaglio, perché riflettono anni di studio sistematico e di pratica metodica che pochi chitarristi italiani hanno mai sviluppato con quella completezza.
Il primo elemento è il picking alternato — quella tecnica di usare il plettro in direzioni alternate, su e giù, per ogni nota, producendo velocità e uniformità dinamica che il picking in una sola direzione non può replicare. Il picking alternato di Gambetta è di una pulizia e di una precisione straordinarie — ogni nota ha lo stesso peso, lo stesso attacco, la stessa presenza, indipendentemente dalla direzione del plettro.
Il secondo elemento è il ritmo — quella qualità di mantenere il groove anche nelle sezioni melodicamente più elaborate. Gambetta non perde mai il senso ritmico della musica nemmeno nelle run più veloci: si sente sempre la struttura metrica sottostante, quel pattern di accenti che dà alla musica la sua qualità di movimento fisico. È la qualità che lo connette alla tradizione del flatpicking americano — dove la chitarra era prima di tutto uno strumento per ballare, e la melodia non poteva mai esistere separata dal ritmo.
Il terzo elemento è la fluidità — quella capacità di connettere le note in modo che le frasi melodiche scorrano senza interruzioni, con una qualità quasi legato che è insolita per il picking con il plettro. Gambetta ottiene questa fluidità attraverso una combinazione di picking efficiente — con movimenti del polso piccoli e precisi che riducono al minimo lo sforzo meccanico — e di hammer-on e pull-off strategicamente inseriti nelle frasi per mantenere il flusso melodico anche nelle sezioni più veloci.
Il contributo italiano: la voce mediterranea nel folk americano
Quello che rende Gambetta unico nel panorama internazionale del flatpicking non è solo la qualità tecnica — ci sono altri chitarristi nel mondo che suonano il flatpicking con uguale precisione. È la qualità della sua voce musicale: quella mescolanza di tradizione americana perfettamente assorbita e sensibilità mediterranea autenticamente mantenuta che produce qualcosa di completamente originale.
Quando Gambetta suona un brano della tradizione bluegrass americana — un breakdown, una ballad, un rag — lo suona con fedeltà tecnica assoluta ma con una qualità melodica che riflette la sua formazione italiana. Le ornamentazioni che aggiunge, le scelte armoniche che fa nelle variazioni improvvisate, la qualità del fraseggio nelle sezioni più lente — tutto porta in sé quella firma mediterranea che distingue la sua voce da quella di qualsiasi chitarrista americano della stessa tradizione.
Quando suona brani propri — composizioni originali che mescolano la tradizione folk americana con elementi della musica italiana e mediterranea — questa doppia identità emerge in modo ancora più esplicito. C’è qualcosa nella struttura melodica dei suoi brani originali che è specificamente italiano — quella qualità di ornamentazione melodica, di giro armonico che riflette la tradizione canora della Riviera Ligure più che le montagne degli Appalachi.
La dimensione pedagogica: portare il flatpicking in Italia
Un aspetto fondamentale della carriera di Gambetta — forse il più importante per il futuro della tradizione chitarristica italiana — è il suo contributo pedagogico: quella dedizione alla trasmissione del linguaggio del flatpicking alle nuove generazioni di chitarristi italiani che non avevano accesso diretto alla tradizione americana.
Ha organizzato workshop e masterclass in Italia e in Europa da decenni — portando la tradizione del flatpicking americano in contesti in cui non esisteva ancora, creando una comunità di pratica intorno a un linguaggio che senza il suo lavoro sarebbe rimasto appannaggio di pochi appassionati.
Ha pubblicato metodi didattici — trascrizioni, libri di tecnica, video tutorial — che hanno permesso a chitarristi italiani di ogni livello di avvicinarsi al flatpicking in modo strutturato e metodico, con la stessa qualità di insegnamento sistematico che caratterizza la sua stessa formazione.
Ha partecipato come docente ai più importanti festival di flatpicking internazionali — portando in quei contesti non solo la propria eccellenza tecnica ma anche quella prospettiva europea che arricchisce il dibattito sulla tradizione in modi che i soli chitarristi americani non avrebbero potuto offrire.
Il risultato è una generazione di chitarristi italiani che suonano il flatpicking con una competenza e una consapevolezza tecnica che senza Gambetta non sarebbero esistite. È un’eredità pedagogica di straordinaria importanza — forse più duratura e più significativa anche della carriera concertistica internazionale.
L’eredità: un ponte che regge ancora
Beppe Gambetta è ancora attivo — ancora in tournée, ancora in studio, ancora impegnato nella trasmissione della tradizione alle nuove generazioni. La sua carriera internazionale continua con la stessa qualità e la stessa dedizione che l’ha sempre caratterizzata.
La sua eredità è duplice. Da un lato ha dimostrato che un chitarrista italiano può padroneggiare una tradizione musicale americana con autenticità e profondità — che la distanza geografica e culturale non è un ostacolo insuperabile per chi studia con sufficiente serietà e rispetto. Dall’altro ha portato in quella tradizione una voce italiana che l’ha arricchita con prospettive nuove — quella qualità mediterranea, quella sensibilità melodica specifica che è il contributo più originale e più duraturo della sua carriera.
Ha costruito un ponte tra due culture musicali che sembravano lontane. E quel ponte — solido, ben costruito, percorso da musicisti in entrambe le direzioni — regge ancora.
Come tutti i ponti veri.






