Ritchie Blackmore: il Cavaliere Nero della Chitarra Rock
Da Smoke on the Water a Stargazer, dai Deep Purple ai Rainbow fino al ritorno al folk medievale: la storia del chitarrista inglese che ha costruito il ponte tra la musica classica europea e l’hard rock moderno — e lo ha fatto con una Stratocaster, una scala minore armonica e un carattere che nessuno ha mai domato

Ritchie Blackmore 1977 ,
CC BY 3.0
C’è una notte, nel dicembre del 1971, che appartiene alla storia della musica rock nel modo più letterale possibile. Il Casinò di Montreux, Svizzera, sta bruciando. Qualcuno del pubblico ha sparato un razzo luminoso sul soffitto durante un concerto di Frank Zappa, e le fiamme si stanno diffondendo con una velocità che non lascia tempo per niente. Il pubblico fugge. I tecnici salvano quello che possono.
Ritchie Blackmore guarda il fuoco dal lago, con il resto dei Deep Purple. Nessuno suona. Nessuno parla. E poi — perché i grandi chitarristi non smettono mai di fare quello che sanno fare — Blackmore prende la chitarra e comincia a suonare, da solo, di fronte all’incendio.
Qualche settimana dopo, in uno studio di fortuna allestito in un hotel svizzero, registrò il riff di Smoke on the Water — quattro note che avrebbero definito il suono dell’hard rock per i decenni successivi. Era il modo di Blackmore di raccontare quella storia: non con le parole, ma con la chitarra.
Era sempre così, con Ritchie Blackmore. La chitarra prima. Il resto dopo.
Weston-super-Mare, 1945: il ragazzo e la chitarra classica
Richard Hugh Blackmore nacque il 14 aprile 1945 a Weston-super-Mare, nel Somerset — una città balneare della costa occidentale inglese, con quella qualità sospesa tra il provinciale e il cosmopolita che caratterizza certe città di mare britanniche. Non era un ambiente particolarmente musicale, ma il padre era appassionato di musica classica — un dettaglio che avrebbe lasciato un’impronta indelebile su tutto quello che il figlio avrebbe poi sviluppato.
Cominciò a studiare chitarra classica a undici anni — con un insegnante locale che gli trasmise le basi della tecnica classica, il rispetto per la struttura formale della musica europea, quella comprensione del contrappunto e dell’armonia che avrebbe poi distinto il suo approccio da quello di quasi tutti i suoi contemporanei nel rock. Non era un ragazzino che imparava a suonare i riff di Chuck Berry per imitazione: era uno studente che capiva la musica dall’interno, che sapeva perché certe progressioni di accordi funzionavano e altre no.
Ma era anche — e questo era altrettanto importante — un ragazzino che amava il rock and roll. Buddy Holly, Scotty Moore, Duane Eddy: i chitarristi rock degli anni Cinquanta che circolavano nelle radio britanniche erano la sua altra grande influenza, quella che dava energia e fisicità a una formazione altrimenti troppo accademica.
La sintesi di queste due tradizioni — la musica classica europea e il rock and roll americano — sarebbe diventata la firma più profonda del suo linguaggio chitarristico. Non era una sintesi che aveva pianificato: era il risultato naturale di chi era e di dove veniva.
Gli anni della gavetta: session man e Yardbirds
Prima di diventare Ritchie Blackmore il leggendario chitarrista dei Deep Purple, Blackmore attraversò una lunga fase di gavetta — come session guitarist nella Londra degli anni Sessanta, come membro di band minori, come musicista di supporto per artisti che stavano cercando il proprio suono.
Suonò con il produttore Joe Meek — il geniale e tormentato produttore britannico che aveva creato il suono spaziale di Telstar — in decine di sessioni di registrazione di scarsa importanza commerciale ma di grande valore formativo. Suonò in band tedesche durante lunghe tournée in Germania — quella stessa Germania che aveva formato i Beatles nel periodo di Amburgo — accumulando migliaia di ore di palco in condizioni spesso difficili che avrebbero forgiato la sua resistenza fisica e la sua versatilità stilistica.
Era un musicista di una serietà e di una determinazione che non lasciavano spazio ai compromessi. Sapeva quello che voleva fare — suonare la propria musica, con la propria voce, senza adattarsi a quello che il mercato richiedeva — e aspettava pazientemente il momento in cui avrebbe potuto farlo.
Quel momento arrivò nel 1968.
Deep Purple: il suono che ha cambiato tutto
I Deep Purple nacquero nel 1968 a Londra come una band orientata al rock psichedelico — con un suono che mescolava rock, classica e pop in proporzioni variabili, con un occhio sempre attento al mercato americano che in quegli anni sembrava il solo che contasse davvero. Le prime formazioni — con Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso — produssero musica di discreta qualità commerciale ma di scarsa originalità artistica.
La trasformazione arrivò nel 1969, con l’ingresso del cantante Ian Gillan e del bassista Roger Glover — che completarono quella che sarebbe poi diventata la formazione “classica” dei Deep Purple Mk II, insieme a Blackmore, al tastierista Jon Lord e al batterista Ian Paice. Era una formazione di musicisti eccezionalmente dotati — tutti con background diversi, tutti con idee musicali forti e spesso conflittuali — che trovarono nel conflitto stesso la propria forza creativa.
Il punto di svolta fu Concerto for Group and Orchestra del 1969 — un’esibizione alla Royal Albert Hall di Londra in cui i Deep Purple suonarono con la Royal Philharmonic Orchestra, in un esperimento di fusione tra rock e musica classica che anticipava certi sviluppi del prog rock ma li affrontava con una fisicità e un’energia che il prog spesso non aveva. Blackmore non era entusiasta del progetto — preferiva il rock puro alla fusione con l’orchestra — ma suonò con la professionalità e la serietà che caratterizzavano il suo approccio a qualsiasi contesto musicale.
Poi arrivò Deep Purple in Rock nel 1970 — e tutto cambiò.
In Rock e Machine Head: i capolavori
Deep Purple in Rock fu il disco che definì il suono dell’hard rock britannico degli anni Settanta. Non era il primo album hard rock della storia — i Led Zeppelin avevano già pubblicato i loro primi due album — ma aveva una qualità specifica che lo distingueva: quella combinazione di potenza bruta e sofisticazione armonica che era la firma di Blackmore, quella capacità di costruire riff di una semplicità devastante su strutture armoniche di grande complessità.
Il riff di Speed King — uno dei brani d’apertura dell’album — è un documento perfetto di questo approccio: veloce, aggressivo, costruito su una progressione armonica che rifletteva la formazione classica di Blackmore più di quanto il contesto hard rock avrebbe lasciato supporre. Non era pentatonica blues — era qualcosa di più europeo, più angolare, con quegli intervalli di seconda minore e di tritono che appartenevano alla tradizione della musica classica oscura invece che al blues americano.
Machine Head del 1972 — registrato in quell’hotel svizzero di fronte alle rovine del Casinò di Montreux — fu il capolavoro assoluto. Smoke on the Water, Highway Star, Space Truckin’, Lazy: quattro brani che sono entrati permanentemente nel canone del rock mondiale, ciascuno con una personalità chitarristica distinta ma tutti riconoscibilmente Blackmore.
Highway Star — con quell’assolo costruito su arpeggi in stile barocco che scendevano lungo il manico con una velocità fulminea — era la dichiarazione più esplicita del debito di Blackmore verso la musica classica europea. Non stava suonando blues pentatonica: stava suonando Bach attraverso un amplificatore Marshall, con una Gibson con il tremolo che aggiungeva quel vibrato nervoso e metallico che era la sua firma timbrica più immediata.
La tecnica: la minore armonica e il tocco europeo
Il cuore della tecnica chitarristica di Blackmore — quello che lo distingueva in modo più netto da quasi tutti i suoi contemporanei nel rock degli anni Settanta — era l’uso sistematico della scala minore armonica.
La scala minore armonica è una variante della scala minore naturale in cui il settimo grado è alzato di un semitono — producendo un intervallo di seconda aumentata tra il sesto e il settimo grado che dà alla scala quella qualità esotica, quasi orientale, che la distingue nettamente dalla scala pentatonica blues su cui era costruita la maggior parte del rock dell’epoca.
Era una scala di origine classica europea — usata nel contrappunto barocco, nell’armonia romantica, nella musica da camera — e Blackmore la applicava al contesto dell’hard rock con una naturalezza che rifletteva anni di studio della musica classica. Il risultato era un suono che aveva la potenza fisica dell’hard rock ma la sofisticazione armonica della musica europea — qualcosa che non si sentiva nelle chitarre di Page, di Beck, di Clapton.
La sua velocità era straordinaria per l’epoca — con arpeggi e scale eseguiti a velocità che sembravano impossibili per uno che non usava la tecnica dello shredding sistematico che si sarebbe sviluppata solo negli anni Ottanta. La velocità di Blackmore era ottenuta attraverso un picking alternato di grande efficienza meccanica e una coordinazione tra le due mani di precisione millimetrica — non attraverso tecniche particolari, ma attraverso anni di pratica ossessiva e una comprensione intuitiva della fisica dello strumento.
Il suo vibrato — stretto, rapido, quasi metallico — era il segno fisico più immediato di un’influenza classica: ricordava il vibrato dei violinisti di scuola europea più che quello dei chitarristi blues americani. Dava alle sue note una qualità quasi aggressiva, tesa, mai morbida o rotonda come quella di Clapton o di Beck.
Lo strumento era quasi sempre una Fender Stratocaster — una scelta che sorprendeva chi si aspettava una Les Paul per il suono hard rock — modificata con un sistema di tremolo più aggressivo del stock e con pickup spesso sostituiti per ottenere un tono più brillante e più tagliente. Attraverso amplificatori Marshall a tutto volume, quella Stratocaster produceva un suono che non assomigliava a quello di nessun altro chitarrista Strat dell’epoca: più duro, più angolare, con quella qualità metallica e quasi fredda che era la firma di Blackmore.
Rainbow e il progetto solista
Nel 1975, Blackmore lasciò i Deep Purple — dopo anni di conflitti sempre più violenti con Ian Gillan e con gli altri membri della band — e fondò i Rainbow con il cantante Ronnie James Dio.
Era un progetto che gli permetteva di esplorare in modo più sistematico la direzione che aveva intravisto nei Deep Purple: la fusione tra hard rock e musica classica europea, con un’attenzione all’epica medievale e alla mitologia nordica che rifletteva le sue passioni personali. Dio — con quella voce potente e drammatica che era tra le più straordinarie nella storia dell’heavy metal — era il partner perfetto per questa visione.
Ritchie Blackmore’s Rainbow del 1975 e Rising del 1976 — entrambi con Dio alla voce — sono considerati da molti i capolavori assoluti della sua carriera solista. Stargazer — il brano che occupa quasi l’intero lato B di Rising — è forse la sua composizione più ambiziosa: un’epopea di otto minuti costruita su un riff ipnotico e ripetuto, con un assolo centrale di una complessità e di una bellezza straordinarie, registrata con l’Orchestra Filarmonica di Monaco in un tentativo di fusione tra rock e classica più riuscito di qualsiasi esperimento simile dell’epoca.
Con i Rainbow, Blackmore esplorò anche direzioni più commerciali — in particolare con la formazione degli anni Ottanta, con Joe Lynn Turner alla voce, che produsse singoli pop-rock di grande successo commerciale ma di minore interesse artistico. Era un compromesso che Blackmore accettò con la stessa pragmaticità con cui aveva accettato i vincoli commerciali dei Deep Purple — senza abbandonare la propria visione, ma riconoscendo che il mercato aveva le proprie leggi.
Il ritorno medievale: Blackmore’s Night
Negli anni Novanta, Blackmore compì la trasformazione più sorprendente della sua carriera: abbandonò quasi completamente l’hard rock per dedicarsi alla musica folk medievale e rinascimentale con il progetto Blackmore’s Night, fondato insieme alla compagna e poi moglie Candice Night.
Era una scelta che molti fan dei Deep Purple e dei Rainbow non capirono — e alcuni non hanno capito ancora oggi. Ma per Blackmore era la conseguenza naturale di un percorso che era sempre stato orientato verso le radici europee della propria musica. La musica medievale e rinascimentale non era un capriccio eccentrico: era il punto di arrivo di un musicista che aveva sempre suonato Bach attraverso un amplificatore Marshall, e che ora si chiedeva cosa succedesse se toglieva l’amplificatore.
La risposta era musica di una delicatezza e di una bellezza sorprendenti — con liuti, flauti, percussioni medievali e la chitarra acustica di Blackmore che si muoveva tra melodie rinascimentali e armonie di origine classica con la stessa naturalezza con cui aveva costruito riff devastanti trent’anni prima.
L’eredità: il cavaliere che ha aperto la strada al metal
L’influenza di Ritchie Blackmore sulla storia della chitarra rock e metal è incalcolabile. Tony Iommi dei Black Sabbath — l’altro grande architetto del suono metal britannico degli anni Settanta — ha riconosciuto il debito verso Blackmore nella costruzione dei propri riff. Yngwie Malmsteen — il chitarrista svedese che negli anni Ottanta portò la fusione tra metal e musica classica barocca ai suoi estremi più virtuosistici — ha dichiarato Blackmore come la sua influenza primaria assoluta, il chitarrista che gli aveva mostrato che la scala minore armonica e gli arpeggi barocchi potevano vivere nel contesto dell’heavy metal.
Michael Schenker, Uli Jon Roth, Gary Moore — tutta una generazione di chitarristi hard rock e metal europei degli anni Settanta e Ottanta porta in sé l’impronta diretta del linguaggio di Blackmore. E attraverso di loro, quella impronta arriva a ogni chitarrista metal che abbia mai suonato una scala minore armonica su un amplificatore a tutto volume.
Blackmore non cercava di fondare una scuola. Cercava di suonare quello che aveva in testa — quella musica in cui Bach e il rock and roll si incontravano senza contraddirsi, in cui la velocità era al servizio dell’armonia e non viceversa, in cui la chitarra elettrica poteva avere la dignità di uno strumento da concerto senza perdere la propria fisicità rock.
Ci riuscì. In modi che non aveva previsto, in direzioni che non aveva pianificato.
Il cavaliere nero aveva aperto la strada.
E il metal europeo — tutta la tradizione del neoclassical metal che ancora oggi produce chitarristi e band in ogni angolo del mondo — cammina ancora su quella strada.






