Andrés Segovia e la Nascita della Chitarra Classica Moderna

Andrés Segovia e la Nascita della Chitarra Classica Moderna

All’inizio del Novecento la chitarra era considerata uno strumento da salon, inadatto alle grandi sale da concerto. Un chitarrista andaluso di nome Andrés Segovia trascorse sessant’anni a dimostrare che quella convinzione era sbagliata — e ci riuscì, trasformando per sempre il ruolo della chitarra nella musica colta occidentale


C’è una scena che si ripete, con variazioni minime, nella storia di Andrés Segovia durante i primi decenni del Novecento. Segovia arriva in una città europea — Parigi, Berlino, Londra, Madrid — e chiede di poter suonare in una sala da concerto importante. La risposta è quasi sempre la stessa: la chitarra non è uno strumento adatto a una sala da concerto seria. È uno strumento da salon, da intrattenimento domestico, non da repertorio classico. Venga pure a suonare in un contesto più adeguato.

Segovia suona. Il pubblico rimane in silenzio, poi esplode in un’ovazione. I critici scrivono recensioni stupefatte. E la sala da concerto in questione, la prossima volta, lo invita senza esitazioni.

Questa scena si ripeté decine di volte, in decine di città, per decenni. È la storia di un uomo solo contro una convenzione culturale consolidata — e della vittoria graduale, paziente e assoluta di quell’uomo.


Linares, Andalusia, 1893: le origini di un autodidatta

Andrés Segovia Torres nacque il 21 febbraio 1893 a Linares, in Andalusia — quella stessa regione della Spagna meridionale che aveva prodotto il flamenco e che portava in sé una tradizione chitarristica popolare di grande vitalità, anche se completamente separata dalla tradizione classica colta che Segovia avrebbe poi rivendicato per lo strumento.

La sua formazione fu, in modo sorprendente, quasi interamente autodidattica. Studiò brevemente a Granada con un insegnante di scarso livello, poi decise di imparare da solo — assorbendo la tecnica classica attraverso l’ascolto e la sperimentazione invece che attraverso un percorso accademico strutturato. Questo autodidattismo — che avrebbe potuto sembrare una limitazione — diventò invece una risorsa: Segovia non era vincolato dalle convenzioni didattiche dell’epoca, libero di sviluppare un approccio tecnico personale che si rivelò più efficace di quello insegnato nelle scuole musicali dell’epoca.

Tárrega — il grande chitarrista classico spagnolo di fine Ottocento che aveva già compiuto passi fondamentali verso la modernizzazione della tecnica classica — era morto nel 1909, quando Segovia era ancora adolescente. I due non si incontrarono mai direttamente, ma Segovia assorbì l’eredità tecnica di Tárrega attraverso i suoi allievi e le sue trascrizioni, costruendo su quella base il proprio sistema tecnico più elaborato.


La tecnica: unghie, appoggiatura e il suono di Segovia

La tecnica di Segovia fu — ed è ancora — oggetto di studio e di discussione tra i chitarristi classici di tutto il mondo. Non perché fosse perfetta nel senso accademico convenzionale — ci sono aspetti del suo approccio che i chitarristi successivi hanno modificato o abbandonato. Ma perché era straordinariamente efficace nel produrre quello che Segovia cercava: un suono capace di riempire le grandi sale da concerto senza amplificazione, con una varietà timbrica sufficiente a sostenere il confronto con il pianoforte e il violino.

Il primo elemento fondamentale era l’uso sistematico delle unghie della mano destra — non le unghie lunghe dei chitarristi flamenco, che producono un attacco tagliente e percussivo, ma unghie modellate con cura per produrre un suono caldo e rotondo. Segovia dedicava grande attenzione alla forma e alla lunghezza delle unghie, considerandole parte integrante dello strumento tanto quanto la chitarra stessa.

Il secondo elemento era la tecnica di appoggiatura — quella pratica di appoggiare il dito sulla corda successiva dopo aver pizzicato, che produce un suono più pieno e più proiettato rispetto al tirando (in cui il dito non tocca la corda successiva). Segovia usava l’appoggiatura come tecnica principale per le note melodiche più importanti, riservando il tirando alle situazioni in cui la chiarezza polifonica richiedeva di non smorzare le corde vicine.

Il terzo elemento — forse il più importante e il più discusso — era la sua comprensione della differenziazione timbrica: quella capacità di produrre suoni diversi — più caldi sul tasto, più brillanti sul ponticello, più nasali con il pollice — e di usarli come strumenti espressivi per differenziare le voci di una polifonia complessa o i diversi temi di una sonata.


Il repertorio: una missione di costruzione

Quando Segovia cominciò la propria carriera concertistica internazionale nei primi anni Venti del Novecento, il repertorio per chitarra classica sola era estremamente limitato. C’erano le opere per liuto dei compositori rinascimentali e barocchi, le trascrizioni di Tárrega, qualche pezzo di compositore spagnoli minori. Non c’era praticamente niente di paragonabile — per importanza artistica o per complessità tecnica — ai grandi repertori pianistici o violinistici.

Segovia dedicò sessant’anni di carriera a costruire quel repertorio, su due fronti paralleli.

Il primo era la trascrizione: adattare per chitarra classica brani composti originalmente per altri strumenti — le Suite per liuto di Johann Sebastian Bach (che diventarono, nelle trascrizioni di Segovia, il corpus più eseguito del repertorio chitarristico classico), i preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato, pagine di musica rinascimentale e barocca che si adattavano naturalmente alla chitarra grazie alla propria origine liutistica.

Il secondo fronte era la commissione di nuova musica: convincere i compositori più importanti dell’epoca a scrivere opere originali per chitarra. Manuel de Falla compose per lui Homenaje. Joaquín Rodrigo scrisse il celebre Concierto de Aranjuez — anche se questa collaborazione fu poi complicata da una disputa sulla dedica. Mario Castelnuovo-Tedesco, Federico Moreno Torroba, Heitor Villa-Lobos — i compositori che abbiamo già incontrato in questa rubrica nella guida alla musica brasiliana — scrissero per Segovia opere che ancora oggi costituiscono il cuore del repertorio chitarristico classico.


Il Concierto de Aranjuez: un capolavoro controverso

Il Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo — composto nel 1939, eseguito per la prima volta nel 1940 — merita un paragrafo specifico, perché è il brano chitarristico classico più conosciuto e più eseguito della storia — e perché la sua relazione con Segovia è più complessa di quanto la vulgata storica normalmente presenti.

Rodrigo scrisse il concerto — con quel secondo movimento Adagio che è uno dei momenti più commoventi dell’intera letteratura chitarristica, con quella melodia di cor anglais e quella risposta della chitarra che sembra venire da un luogo di nostalgia quasi insostenibile — pensando a Segovia come primo interprete. Ma una disputa sulla dedica del brano creò una frattura tra i due che portò Segovia a non eseguirlo mai in pubblico.

Fu il chitarrista Regino Sainz de la Maza a eseguire la prima del brano. Ma l’identificazione del Concierto de Aranjuez con Segovia rimase nell’immaginario popolare — testimonianza della pervasività della sua influenza sulla percezione pubblica della chitarra classica, anche in relazione a brani che non aveva mai direttamente eseguito.


L’eredità didattica: la scuola di Segovia

Accanto alla carriera concertistica, Segovia costruì nel corso di decenni un’eredità didattica di straordinaria importanza — attraverso masterclass, lezioni private e una serie di allievi che avrebbero poi portato avanti la tradizione classica nei decenni successivi.

Julian Bream, John Williams, Oscar Ghiglia, Christopher Parkening — i grandi chitarristi classici della generazione successiva — avevano tutti, in misura diversa, un legame diretto o indiretto con l’insegnamento di Segovia. Questa catena di trasmissione — dal maestro agli allievi, dagli allievi ai loro allievi — è il meccanismo attraverso cui una tradizione tecnica si conserva e si sviluppa nel tempo.

Paradossalmente, alcuni degli allievi più influenti di Segovia — in particolare John Williams — avrebbero poi sviluppato approcci tecnici e repertori che si allontanavano significativamente dalle preferenze del maestro, esplorando la musica contemporanea più radicale e i generi popolari che Segovia considerava estranei alla dignità della chitarra classica. Era il segno più eloquente della sua grandezza come educatore: aveva formato musicisti capaci di andare oltre i propri limiti.


La morte e l’eredità

Andrés Segovia morì il 2 giugno 1987, a novantaquattro anni, a Madrid — dopo una carriera concertistica attiva fino agli ultimi anni della propria vita, con una vitalità fisica e artistica che pochissimi musicisti di quella età hanno mai dimostrato.

Lasciò una chitarra — lo strumento — trasformata: da intrattenimento da salon a voce del repertorio classico internazionale. Lasciò un repertorio — centinaia di opere originali commissionate e trascritte. Lasciò una tecnica — sistematizzata e trasmessa a generazioni di chitarristi attraverso un insegnamento diretto e attraverso le proprie registrazioni.

Ma soprattutto lasciò una convinzione — quella che la chitarra acustica classica meritasse lo stesso rispetto e la stessa attenzione del pianoforte, del violino, di qualsiasi altro strumento della grande tradizione occidentale.

Non era una convinzione ovvia all’inizio del Novecento.

Lo è diventata grazie a lui.


Articoli simili

  • Django Reinhardt: il Genio con Due Dita

    Come un chitarrista gitano con la mano sinistra paralizzata per metà ha inventato un linguaggio chitarristico di una velocità e di una complessità che il mondo non aveva mai visto — e non ha ancora finito di studiare C’è una notte, nel novembre del 1928, che divide la storia della chitarra in un prima e…

  • Guitar Legends: Benvenuto nella Rubrica che Racconta la Chitarra

    Non è una classifica. Non è un museo. È un viaggio — attraverso settant’anni di storia della chitarra elettrica e acustica, attraverso le mani e le menti dei musicisti che hanno trasformato sei corde di metallo in uno degli strumenti di espressione più potenti che l’umanità abbia mai inventato. Benvenuto in Guitar Legends C’è un…

  • L’Alchimista del Riff — Jimmy Page e l’Arte di Costruire Cattedrali Sonore

    Jimmy Page è il chitarrista più architettonico della storia del rock. Formatosi come session man londinese — oltre quattrocento sessioni in studio prima dei vent’anni — sviluppò una versatilità e una sensibilità all’ascolto che nessuna scuola avrebbe potuto insegnargli. Con i Led Zeppelin trasformò la Gibson Les Paul in una macchina da guerra sonora, ma seppe essere altrettanto devastante con un archetto da violino sulle corde o con un fingerpicking acustico di rara delicatezza. I suoi riff — da Whole Lotta Love a Kashmir — non sono semplici figure ripetitive: sono edifici, strutture che portano in sé tensione, risoluzione e storia. Come produttore, reinventò il suono stesso della registrazione rock. La sua eredità non è solo stilistica: è filosofica. Ha dimostrato che un riff può avere la dignità di una sinfonia.

  • Robert Fripp: l’Uomo Seduto che ha Cambiato il Rock

    Non si alzava mai in piedi, non sorrideva quasi mai, non cercava l’approvazione del pubblico. Eppure Robert Fripp — chitarrista, teorico, fondatore dei King Crimson — ha ridefinito i confini della chitarra elettrica con una radicalità che pochi artisti nella storia del rock hanno mai avvicinato C’è un’immagine che chi ha visto i King Crimson…

  • I 20 Migliori Chitarristi Italiani di Sempre: la Classifica Definitiva

    Dal blues napoletano di Pino Daniele al fingerpicking di Ivan Graziani, dal jazz manouche di Angelo Debarre al power metal dei Rhapsody: i venti chitarristi italiani che hanno lasciato il segno più profondo nella storia della musica — in Italia e nel mondo L’Italia non è il paese che il mondo associa immediatamente alla chitarra…

  • La Mano Sinistra di Dio — Jimi Hendrix e la Rivoluzione della Chitarra Elettrica

    Jimi Hendrix ha rivoluzionato la chitarra elettrica in soli quattro anni di carriera, trasformando tecnica, tecnologia ed emozione in un linguaggio unico e irripetibile. Mancino che suonava una Stratocaster capovolta, riusciva a eseguire simultaneamente linee di basso, accordi e melodia con una naturalezza orchestrale. Radicato nel blues di Albert King e Muddy Waters, fece del feedback — fino ad allora considerato un difetto — uno strumento espressivo, e fu pioniere nell’uso di effetti come il Wah-Wah, l’Octavia e la Univibe. La sua improvvisazione era narrativa, mai accademica: ogni assolo era una storia. Morto a ventisette anni, la sua influenza attraversa decenni e generazioni, da Stevie Ray Vaughan a John Frusciante. Ha vissuto poco. Ha cambiato tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *