Nuno Bettencourt: il Chitarrista che gli Anni Novanta non Hanno Capito

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Il mondo lo conosce come il chitarrista di More Than Words — la ballata acustica che nel 1991 portò gli Extreme in cima alle classifiche mondiali. I chitarristi lo conoscono come uno dei tecnici più completi della propria generazione — con una velocità, una musicalità e una versatilità stilistica che pochi contemporanei hanno raggiunto. La storia del chitarrista che il mainstream declassò a pop star e che era in realtà uno dei più grandi virtuosi del proprio tempo
C’è un paradosso crudele nella storia di Nuno Bettencourt. È uno dei chitarristi tecnicamente più avanzati emersi negli anni Novanta — con una velocità di picking e di legato che Van Halen stesso riconobbe come straordinaria, con una comprensione armonica che rifletteva anni di studio serio della musica classica e del jazz, con una versatilità stilistica che gli permetteva di passare dalla ballata acustica al metal tecnico più elaborato con uguale convincimento. Eppure il grande pubblico lo ricorda principalmente — quasi esclusivamente — per More Than Words: una ballata a due chitarre acustiche, senza distorsione, senza tecnica soprannaturale, senza niente che rivelasse cosa Bettencourt potesse realmente fare con uno strumento elettrico in mano.
Era come ricordare Eddie Van Halen solo per Jump — ignorando tutto il resto della sua produzione per concentrarsi sull’unico brano che non aveva chitarra elettrica in primo piano.
Questo pillar è il tentativo di restituire a Nuno Bettencourt la dimensione chitarristica completa che merita.
Açores, Portogallo, 1966: le radici di un virtuoso
Nuno Duarte Gil Mendes Bettencourt nacque il 20 settembre 1966 a Praia da Vitória, nelle Isole Azzorre — l’arcipelago portoghese nell’Atlantico che aveva già dato al mondo altri musicisti di talento, anche se nessuno con l’impatto internazionale che Bettencourt avrebbe poi raggiunto.
La famiglia si trasferì a Boston, Massachusetts, quando Nuno era bambino — in quella comunità portoghese-americana della costa Est americana che manteneva stretti legami con le proprie radici culturali pur assorbendo le influenze della cultura americana circostante. Fu in quel contesto che Bettencourt cominciò a suonare la chitarra — assorbendo l’hard rock e il metal classico britannico (Van Halen, Queen, Aerosmith) con la stessa naturalezza con cui assorbiva la cultura musicale popolare americana dell’epoca.
Cominciò a suonare la chitarra da adolescente — con quella velocità di apprendimento che caratterizza i musicisti destinati al virtuosismo. Non aveva una formazione accademica classica nel senso di Segovia o di John Williams, ma aveva quella qualità di autodidattismo metodico — quello studio ossessivo dei propri eroi musicali, quella capacità di decostruire le tecniche ascoltando e imitando — che ha prodotto la maggior parte dei grandi chitarristi rock e metal della storia.
Extreme: la band che il mercato non sapeva classificare
Gli Extreme — fondati a Boston nel 1985 con il cantante Gary Cherone, il bassista Pat Badger e il batterista Paul Geary — furono una band che il mercato discografico degli anni Novanta non sapeva dove mettere, e che questa difficoltà di classificazione penalizzò in modo sistematico.
Non erano abbastanza metal per il pubblico metal — troppo melodici, troppo funky, troppo disposti a scrivere ballate acustiche. Non erano abbastanza pop per il pubblico mainstream — troppo tecnici, troppo complessi, con parti di chitarra che richiedevano un’attenzione che il pop commerciale non sempre incoraggiava. Erano qualcosa di intermedio — qualcosa che i critici degli anni Novanta spesso descrivevano come “hard rock funky”, un termine che catturava vagamente la loro qualità di fusione ma che non spiegava niente della loro grandezza specifica.
Il loro secondo album — Pornograffitti del 1990 — fu il documento più completo della loro visione musicale: un album concept di grande ambizione che mescolava hard rock, funk, metal, ballate e persino sezioni quasi jazz in strutture compositive elaborate che si avvicinavano al progressive rock più che al hard rock commerciale. Era un album che richiedeva ascolti multipli per essere compreso pienamente, e il mercato discografico degli anni Novanta non era sempre disposto a concedere quel tipo di attenzione.
More Than Words: la maledizione del successo sbagliato
More Than Words fu il singolo che portò gli Extreme alla consacrazione commerciale mondiale — e che contemporaneamente oscurò quasi tutto il resto della loro produzione nell’immaginario del grande pubblico.
Il brano — una ballata a due chitarre acustiche in cui Bettencourt e Cherone eseguivano un fingerpicking di grande eleganza — era genuinamente bello e genuinamente rappresentativo di una dimensione autentica del loro linguaggio musicale. Non era un prodotto commerciale cinico: era una canzone vera, scritta con sincerità, eseguita con una qualità tecnica acustica di livello notevole.
Ma il successo commerciale di quella canzone — numero uno in diversi paesi, milioni di copie vendute, una presenza radio ossessiva per mesi — creò un’aspettativa nel grande pubblico che gli Extreme non volevano e non potevano soddisfare: l’aspettativa di una band che faceva ballate acustiche romantiche. Quando l’album successivo — III Sides to Every Story del 1992 — rivelò la complessità e l’ambizione vera della loro visione musicale, molti degli ascoltatori conquistati da More Than Words si sentirono spiazzati.
Era la maledizione del successo sbagliato — quella condizione in cui un singolo brano, per quanto genuino, attira un pubblico che non è il pubblico naturale della band, creando una discrepanza che danneggia sia la band che quel pubblico.
La tecnica: tre tradizioni in una sola mano
La tecnica chitarristica di Nuno Bettencourt è costruita su una sintesi di tradizioni diverse che pochi chitarristi della sua generazione hanno integrato con la stessa completezza.
Il primo pilastro è il picking alternato ad alta velocità — quella tecnica che Al Di Meola aveva portato al proprio apice nel jazz fusion e che il metal tecnico degli anni Ottanta aveva ulteriormente sviluppato. Il picking di Bettencourt è di una precisione e di una velocità straordinarie — capace di eseguire runs di scale a velocità che si avvicinano a quelle dei più veloci chitarristi shred dell’epoca, ma con una musicalità e una fluidità melodica che molti chitarristi puramente tecnici non raggiungono.
Il secondo pilastro è il legato — quella tecnica di hammer-on e pull-off sistemtica che Holdsworth aveva portato all’estremo nel jazz fusion e che Bettencourt applicava in combinazione con il picking in modo da produrre frasi di grande fluidità. Il suo legato aveva quella qualità di scorrevolezza quasi liquida che è la firma dei chitarristi che hanno studiato Holdsworth — anche se applicata a un contesto hard rock/metal molto più fisico e più diretto.
Il terzo pilastro — e forse quello più originale — era la sua capacità di integrare elementi di funk chitarristico nel proprio linguaggio hard rock. Bettencourt aveva assorbito la lezione di Nile Rodgers e del funk americano degli anni Settanta e Ottanta con una profondità che pochissimi chitarristi metal della sua generazione possedevano. Quella qualità di groove funky — quei ritmi sincopati, quegli accordi tagliati con quella precisione ritmicamente puntuale — era la dimensione più insolita e più originale del suo stile, quella che distingueva gli Extreme da qualsiasi altra band hard rock contemporanea.
Decadence Dance: la tecnica in azione
Decadence Dance — uno dei brani più rappresentativi di Pornograffitti — è il documento più eloquente di questa sintesi tecnica. Il riff principale combina hard rock, funk e metal in un pattern ritmico di grande complessità che richiede picking alternato preciso, muting parziale e senso del groove simultaneamente. L’assolo — costruito su scale modali e pentatoniche con inserti cromatici — mostra una comprensione armonica che va ben oltre il vocabolario standard dell’hard rock degli anni Novanta.
Get the Funk Out — l’altro brano emblematico — mostra la dimensione funky del suo stile nella sua forma più esplicita: quella chitarra ritmica che ha più in comune con Nile Rodgers che con Eddie Van Halen, quei ritmi tagliati con quella precisione che è la firma tecnica del chitarrista funk più raffinato.
E poi c’è He-Man Woman Hater — quattro minuti di metal tecnico puro, con picking alternato a velocità fulminea e armonici pizzicati che rivelano la dimensione più estrema del suo linguaggio: quella che il pubblico di More Than Words non aveva mai sentito e che i chitarristi più attenti riconoscevano come eccezionale.
La Washburn N4: lo strumento di un’identità sonora
Lo strumento con cui Bettencourt è più identificato — e che porta il proprio nome nel modello — è la Washburn N4: una chitarra solid-body dal design insolito, con una cassa asimmetrica che ricorda vagamente una Telecaster ma con proporzioni e caratteristiche costruttive completamente diverse.
La N4 produceva un suono specifico — brillante nelle alte frequenze, con una risposta ai transienti rapida che si adattava perfettamente alla velocità del suo picking — che Bettencourt aveva sviluppato in collaborazione con la Washburn nel corso degli anni. Era uno strumento costruito su misura per il suo stile specifico, nella stessa tradizione della Red Special di Brian May e della Dean “Dean from Hell” di Dimebag Darrell — chitarre che portano in sé le caratteristiche tecniche specifiche del musicista che le ha commissionate.
L’eredità: il virtuoso che il decennio ha dimenticato
Dopo lo scioglimento degli Extreme nel 1996, Bettencourt ha continuato a suonare — con la band Mourning Widows, con il progetto DramaGods, come chitarrista ospite per artisti diversissimi tra cui Rihanna (a cui ha contribuito alcune parti di chitarra in contesti insoliti per il suo profilo) e come membro della reunione degli Extreme nel 2008 e nei decenni successivi.
La sua reputazione tra i chitarristi è rimasta alta — quello stesso riconoscimento dei pari che caratterizza spesso i musicisti tecnicamente avanzati che il grande pubblico ha valutato in modo incompleto. Steve Vai lo ha citato come uno dei chitarristi più completi della propria generazione. Joe Satriani lo ha incluso nel ristretto gruppo di chitarristi del decennio che riteneva capaci di reale grandezza tecnica.
Ma il grande pubblico — quello che acquista dischi e riempie i concerti — lo ricorda ancora principalmente per More Than Words.
Era un chitarrista che suonava la chitarra elettrica come pochi altri della propria generazione.
Il mercato lo aveva catalogato come autore di ballate acustiche.
Entrambe le cose erano vere.
Solo una era tutta la verità.






