Warm-toned acoustic guitar resting on a wooden floor with dramatic lighting.

Julian Bream e John Williams: i Maestri della Chitarra Classica del Novecento

Segovia aveva aperto la porta. Toccò a due chitarristi britannici — uno ribelle e eclettico, l’altro preciso e visionario — portare la chitarra classica nel secondo Novecento, commissioning nuova musica, esplorando repertori che il maestro spagnolo non avrebbe mai toccato, dimostrando che la tradizione poteva evolversi senza tradire se stessa


C’è un paradosso affascinante nella storia di Julian Bream e John Williams. Entrambi si formarono sotto l’influenza diretta di Andrés Segovia — il maestro che aveva costruito la chitarra classica moderna con la forza della propria personalità artistica e della propria tenacia. Entrambi portarono avanti la tradizione che Segovia aveva fondato, portandola a nuovi livelli di riconoscimento internazionale. Eppure entrambi, in modi diversi e per ragioni diverse, si allontanarono significativamente dalle preferenze artistiche del proprio maestro — esplorando repertori che Segovia disapprovava, collaborando con musicisti che Segovia considerava estranei alla dignità della chitarra classica.

Era il segno più eloquente della grandezza di Segovia come educatore: aveva formato musicisti capaci non solo di perpetuare la tradizione ma di svilupparla in direzioni che lui stesso non aveva previsto e non sempre approvava. E quella capacità di sviluppo — quella disponibilità a portare la chitarra classica in territori nuovi pur mantenendo il rigore tecnico e artistico della tradizione — è forse il contributo più importante di Bream e Williams alla storia dello strumento.


Julian Bream: il ribelle della chitarra classica

Bream in Liechtenstein
Georg Erlich (Georg.Erlich), 
Orata nel Liechtenstein , 
CC BY-SA 3.0

Julian Alexander Bream nacque il 15 luglio 1933 a Battersea, Londra, e morì il 14 agosto 2020 a Wiltshire, Inghilterra. La sua carriera — che si estese per quasi settant’anni, dall’esordio negli anni Cinquanta al ritiro nel 2002 — fu segnata da una curiosità artistica onnivora e da una disponibilità a sfidare le convenzioni del proprio campo che lo distinguevano nettamente dalla maggior parte dei suoi contemporanei.

Studiò con Segovia — ma il loro rapporto fu fin dall’inizio meno riverente e più conflittuale di quello tra il maestro e altri allievi. Bream aveva una personalità artistica troppo forte e troppo indipendente per accettare passivamente i gusti e le preferenze del maestro. Dove Segovia diffidava della musica contemporanea più radicale, Bream la cercava attivamente. Dove Segovia considerava il liuto uno strumento del passato, Bream ne divenne uno dei più grandi interpreti del Novecento.

La sua collaborazione con Benjamin Britten — il compositore britannico che è considerato il più importante del Novecento inglese — produsse alcune delle opere più importanti del repertorio chitarristico del secondo Novecento. Nocturnal after John Dowland del 1963 — scritto da Britten specificamente per Bream — è ancora oggi considerato uno dei capolavori assoluti della letteratura chitarristica classica: un brano che prende un’aria per liuto del compositore rinascimentale John Dowland e la trasforma in una serie di variazioni di grande profondità emotiva e di grande complessità tecnica.

Bream commissioning anche opere di Hans Werner Henze, William Walton, Richard Rodney Bennett e decine di altri compositori contemporanei — costruendo un repertorio di musica nuova per chitarra che integrava lo strumento nella cultura musicale contemporanea ben oltre quello che Segovia aveva fatto con i propri compositori preferiti.


La tecnica di Bream: calore e profondità

La tecnica di Julian Bream era costruita su una qualità di suono che i critici descrivevano costantemente come “calda” e “profonda” — termini che riflettono non solo le caratteristiche fisiche del suono ma anche la qualità emotiva immediata della sua esecuzione.

Bream usava unghie relativamente corte rispetto alla norma della chitarra classica — una scelta che produceva un attacco più morbido e più arrotondato, con meno brillantezza nelle alte frequenze ma più calore e più corpo nelle frequenze medie. Era una scelta deliberata che rifletteva la sua preferenza per una qualità sonora specifica — quella qualità vocale, quasi umana, che preferiva a una brillantezza più tagliente.

La sua interpretazione era notoriamente espressiva nel senso più diretto del termine — con variazioni di tempo (rubato) e di dinamica di grande ampiezza che riflettevano una comprensione musicale profonda della struttura emotiva di ogni brano. Non era la chitarra classica come esercizio di precisione tecnica: era la chitarra classica come voce che aveva qualcosa di personale e di urgente da dire.


Il liuto: un secondo strumento principale

Un aspetto della carriera di Bream che lo distingue nettamente da quasi tutti gli altri chitarristi classici del Novecento è la sua padronanza del liuto — lo strumento medievale e rinascimentale che era il predecessore storico della chitarra e che Bream riportò in vita come strumento da concerto serio in un momento in cui la musica antica stava vivendo la propria rivoluzione critica e interpretativa.

Bream studiò il liuto con la stessa serietà con cui studiava la chitarra — imparando la notazione della tablatura rinascimentale, assorbendo le convenzioni stilistiche della musica del XVI e XVII secolo, sviluppando una tecnica specifica per uno strumento che richiedeva un approccio completamente diverso dalla chitarra moderna.

Le sue registrazioni del repertorio liutistico di John Dowland, Francesco da Milano e dei grandi compositori del Rinascimento sono ancora oggi considerate tra le migliori disponibili — documenti di un’interpretazione che combinava la ricerca storica più rigorosa con una sensibilità musicale personale di grande profondità.


John Williams: la precisione come visione

Guitarist John Williams in performance Cordoba 1986
Kealow , 
il chitarrista John Williams in azione (Cordoba, 1986) , contrassegnato come di pubblico dominio, maggiori dettagli su 
Wikimedia Commons

John Williams — nato il 24 aprile 1941 a Melbourne, Australia, cresciuto in Gran Bretagna — porta un nome che in Italia tende a essere confuso con quello del celebre compositore americano di colonne sonore. Ma il chitarrista John Williams è una figura di statura artistica uguale e autonoma — uno dei chitarristi classici più tecnicamente perfetti e più artisticamente visionari della storia del genere.

Studiò con Segovia fin da bambino — il maestro spagnolo riconobbe il suo talento in modo immediato e straordinario, descrivendolo come “il principe della chitarra”. Ma come Bream, Williams avrebbe poi seguito una direzione artistica che si allontanava significativamente dalle preferenze del maestro.

La sua tecnica è considerata da molti la più perfetta mai sviluppata nella chitarra classica — con una precisione intonatoria e ritmica assoluta, un controllo dinamico di straordinaria raffinatezza e una chiarezza polifonica che permette di seguire ogni voce di una composizione contrappuntistica complessa con la stessa nitidezza. Non è la tecnica emotivamente espressiva di Bream, con i suoi rubati ampi e le sue variazioni dinamiche plateali: è qualcosa di più controllato, più architettonicamente preciso, più vicino alla pulizia interpretativa di un pianista come Radu Lupu che all’espressività di un Rubinstein.


Williams e la musica contemporanea: oltre i confini del classico

Se Bream cercò la musica contemporanea principalmente attraverso la collaborazione con compositori della tradizione colta europea, Williams allargò il proprio repertorio in direzioni ancora più insolite — collaborando con artisti pop e jazz, esplorando la musica latinoamericana, suonando la colonna sonora del film The Deer Hunter (con il celebre Cavatina di Stanley Myers) che portò il suo nome all’attenzione di milioni di ascoltatori che non avevano mai sentito parlare di chitarra classica.

La sua band Sky — fondata nel 1979 con musicisti di background rock e jazz — fu la scelta più controversa della sua carriera: un progetto di crossover tra classica e rock che Segovia trovava incomprensibile e che i puristi della chitarra classica consideravano un tradimento della dignità dello strumento.

Williams non era d’accordo. Riteneva — e lo ha dichiarato esplicitamente in molte interviste — che la distinzione tra musica “alta” e musica “bassa” fosse un pregiudizio culturale invece che una distinzione artistica fondata, e che la chitarra classica potesse e dovesse dialogare con ogni forma di espressione musicale di qualità, indipendentemente dal genere di appartenenza.

Era, in questo senso, un chitarrista classico con la filosofia di un jazzista fusion.


Il confronto: due visioni della tradizione

Analizzare Bream e Williams in parallelo è analizzare due visioni diverse di cosa significhi portare avanti una tradizione musicale senza tradirla.

Bream portò avanti la tradizione attraverso l’approfondimento e l’espansione del repertorio contemporaneo — commissioning nuova musica ai compositori più importanti dell’epoca, dimostrando che la chitarra classica poteva essere un veicolo per la musica più avanzata del proprio tempo. Era la fedeltà alla tradizione attraverso il rinnovamento continuo del repertorio.

Williams portò avanti la tradizione attraverso la perfezione tecnica e l’apertura verso altri generi — dimostrando che la chitarra classica poteva raggiungere livelli di precisione interpretativa paragonabili ai migliori pianisti e violinisti, e che poteva dialogare con il rock e il jazz senza perdere la propria identità. Era la fedeltà alla tradizione attraverso la sua democratizzazione e il suo allargamento.

Erano approcci complementari che insieme coprirono quasi tutto il territorio possibile della chitarra classica del secondo Novecento — e che insieme dimostrarono che la tradizione fondata da Segovia era abbastanza ricca e abbastanza viva da sostenere interpretazioni radicalmente diverse senza perdere la propria coerenza.


L’eredità comune: la chitarra classica come voce del presente

L’eredità di Julian Bream e John Williams — considerati insieme — è quella di aver definitivamente consolidato lo status della chitarra classica come strumento da concerto di piena dignità, capace di sostenere un repertorio che va dal Rinascimento alla musica contemporanea più avanzata, capace di dialogare con il jazz e il rock senza perdere la propria identità, capace di raggiungere un pubblico vastissimo senza sacrificare la profondità artistica.

Non era ovvio, all’inizio del Novecento quando Segovia cominciò la propria missione, che tutto questo sarebbe stato possibile. È evidente oggi — grazie al lavoro di tre generazioni di chitarristi che hanno costruito, mattone dopo mattone, una tradizione che non esisteva.

Segovia aveva aperto la porta.

Bream e Williams l’avevano tenuta aperta per tutti.


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